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Il virus è una condanna: Paralisi scolastica e calcistica, in Europa si gioca ma da noi (e in Svizzera) no

Ormai siamo alla reclusione continua: prigionieri del dèmone cinese e delle nostre paure, schiacciati dal principio di precauzione, stiamo trasformando l’Italia in un’enorme “Diamond Princess” condannata alla quarantena e ancora priva di un ormeggio sicuro. Da una settimana abbiamo chiuso le scuole d’ogni ordine e grado e le terremo sbarrate fino all’8marzo; per lo meno quelle di Lombardia,Emilia-Romagna e Veneto.

Abbiamo paralizzato l’industria calcistica, rinviando cinque partite di questo fine settimana che si sarebbero dovute giocare al nord: Juventus-Inter, Milan-Genoa, Parma-Spal, Sassuolo-Brescia e Udinese-Fiorentina. Una scelta drastica che attenua soltanto la spettrale impressione che avrebbe suscitato nell’opinione pubblica una discesa in campo dei giocatori a porte chiuse, con gli spalti deserti a far da cassa di risonanza al silenzio surreale. Annulliamo concorsi pubblici e feste private,fiere e congressi; congeliamo il lavoro dei tribunali, rallentiamo i trasporti, addormentiamo le fabbriche, i musei e i teatri, le aziende e i negozi; sigilliamo chiese e perimetriamo interi quadranti geografici della Penisola, man mano che spuntano casi a macchia di leopardo (adesso la psicosi è sbarcata a Fiumicino, con una famiglia residente infettatasi; c’è un militare positivo nel Sannio e in Campania i colpiti sono più di dieci).

LA CONTA DEI POSITIVI E intanto,più d’ogni altra cosa, facciamo compulsivamente la conta dei tanti vivi e dei pochi, anziani e disgraziati morti; dei contagiati e degli asintomatici il cui numero all’ingrosso viaggia spedito ben oltre quota mille, la maggior parte dei quali sono auto ricoverati fra le mura domestiche mentre una sfortunata minoranza giace nelle terapie intensive. Il governo, che ha sbandato forte per allarmismo nei primi giorni dell’emergenza costringendoci tutti a prendere le misure di un’imminente calamità, adesso sta cercando di centralizzare il flusso informativo affidandosi al gruppo più rassicurante dei virologi, i quali ci dicono che i casi rilevati in queste ore derivano da contagi pregressi ma non censiti e che numerosissimi sarebbero i guariti: tanti di noi potrebbero già aver contratto il Coronavirus guarendone senza accorgersene.

Fanno fede i tamponi, che ora vengono disposti solamente per stendere un verdetto sugli ammalati generici con sintomi sospetti. Tamponi che non tamponano le troppe domande inevase, strumenti usati in modo selettivo a seconda delle giornate, del vento che spira e dell’effetto che fa nella massa stordita. Se questa è l’Italia, immaginiamoci allora il resto dell’Europa! Macché: la cosa assurda è che nel resto del Continente si preferisce andare avanti normalmente piuttosto che non vivere per la paura di morire. Gli stadi restano aperti e pieni di tifosi, i locali non conoscono il coprifuoco e le rilevazioni del Coronavirus restano ristrette al minimo necessario. Anche in Francia e Germania, così come in Inghilterra,i contagiati ci sono e sono in aumento,male autorità reagiscono con studiata prudenza comunicativa e i mezzi d’informazione hanno buon gioco nell’additare ogni cattiva notizia alla catena del contagio italiano.

A Parigi si limitano a scoraggiare le strette di mano, in Italia ci avvoltoliamo in un terrore preventivo che fa sorridere perfino gli epidemiologi più accigliati. Ma anche in questo momento è impossibile non notare un divario sconcertante trai balbettii contraddittori delle istituzioni e la composta insofferenza dei cittadini che hanno voglia di riprendersi la propria vita, accettando di convivere con il rischio ma senza farsi travolgere dalla paura. Lo si avverte soprattutto lì dove l’epidemia fa più male, nell’operoso nord che per primo è stato aggredito e per primo vincerà il nemico invisibile (a proposito, un consiglio peri centro e sud-italici: andiamoci piano con la stupida rév anche anti polentona, tra qualche settimana non vorremmo dover ragionare su uno scenario a parti invertite…). Sopra il Po, la reclusione continua viene subita come una violenza naturale, altro che sdraiati in attesa del reddito di cittadinanza;la gente accetta l’isolamento volontario suggerito dalla comunità scientifica ma vuole lavorare, più ancora che vedersi giustamente sospendere le tasse e le rate dei mutui.

SERVE BOCCACCIO L’acquario di Genova ha già riaperto e così le scuole liguri e piemontesi e trentine e friulane; intellettuali come Vittorio Sgarbi o come il direttore del Piccolo di Milano, Sergio Escobar, scalpitano e rivolgono appelli alla necessità di salvare l’anima della cultura oltreché i corpi dei cittadini. Guaia spegnere la luce del pensiero facendosi ottenebrare dal terrore. E così i milanesi ai quali vengono negate le dosi minime di socialità fisica si assiepano nei parchi, scaricano applicazioni per fare palestra da casa, riversano sui social network una possente e ironica volontà di vittoria sulle barriere visibili o invisibili imposte dal Sars-Cov-2. È questo l’arido nome del virus, che nella lingua dei nostri padri sta per veleno e come tale avrà un antidoto risolutivo nella millenaria, paziente vitalità degli italiani. Senza contare che,in assenza di un nuovo Boccaccio a rallegrare le quarantene con l’erotismo di un Decamerone aggiornato ai tempi nostri, dopotutto c’è da augurarsi un bel picco di nascite da qui a nove mesi.

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