Fedez, Chiara Ferragni, Carlo Cracco e Giorgio Armani: i ricchi con il cuore grande

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Giorgio Armani si è distinto. Maestro di stile indiscusso, dopo aver donato due milioni di euro agli ospedali per fronteggiare l’emergenza Covid-19, ha deciso di riconvertire tutti i suoi stabilimenti per realizzare camici monouso destinati agli operatori sanitari. Un milione di euro lo ha  donato anche il suo antagonista di sempre, Valentino, che non ha più una casa di produzione (ha ceduto il marchio anni fa), ma ha una fondazione a suo nome. Come loro, tanti altri marchi della moda stanno contribuendo a fronteggiare la crisi che stiamo vivendo.

Trada ha avviato la produzione di camici e mascherine in tosca- na, Gucci produce mascherine nello stabilimento di Galatina (Lecce) lo stesso che ha cucito la “scandalosa” tutina di Achille Lauro per Sanremo; Calzedonia lascia da parte intimo e calze e si dedica a camici e mascherine. Ermanno Scervino fa cucire mascherine alle sarte in smart working da casa. Aziende poco note al pubblico forniscono i tessuti adatti alla creazione di dispositivi di protezione, e ne studiano di nuovi: la lista di chi collabora si allunga di giorno in giorno.

Non è una gara a chi fa di più, non c’è competizione, ma genuina voglia di partecipare. Dovrebbero accettarlo anche quelli, pochi per fortuna, che pensano sia sempre opportuno fare polemica, anche ora. Come il Codacons che ha attaccato le raccolte fondi promosse da Fedez e Chiara Ferragni (4 milioni raccolti per il nuovo reparto di terapia intensiva costruito al San Raffaele di Milano) e Salvo Sottile. Senza entrare nel merito della querelle, davvero era il caso di far polemica? Ora? Non solo la moda, anche altri marchi del lusso si sono mossi: i tecnici della Ferrari e della Marelli collaborano con la Siare Engineering, forse l’unica azienda in Italia che produce respiratori, per aumentare la produttività, l’obiettivo è raddoppiarla; Ramazzotti (la Milano da bere) e Bulgari confezionano disinfettante per le mani, Carlo Cracco si è messo ai fornelli per gli operai che hanno costruito l’ospedale della regione Lombardia in Fiera.

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Si sente spesso paragonare la situazione che stiamo vivendo a una guerra. I politici, i commentatori, gli scienziati usano parole tratte dal vocabolario bellico: invitano a «fare fronte unito contro il nemico comune», ad affrontare la «battaglia quotidiana contro un nemico invisivile», i medici e gli infermieri sono «soldati in prima linea». Sono metafore semplici, che aiutano a cogliere con immediatezza la straordinarietà del momento. Ma forse non sono le parole giuste per comprendere appieno qual è la grandezza dei sacrifici che stanno facendo gli imprenditori e i professionisti che donano tempo, soldi, energie e idee.

In una guerra ci sono eserciti che si uccidono a vicenda, interessi economici e politici che si scontrano, alleanze e tradimenti tra Stati e individui. Le guerre sono sempre guidate dall’interesse: in guerra la sopravvivenza è un problema degli individui, il Paese mira al potere, da conservare o conquistare. Covid-19 non è una guerra, è un’emergenza sanitaria mondiale dove l’intera popolazione ha un comune obiettivo: ridurre il contagio, curare i malati, piangere il minor numero di morti possibile. Sicuramente c’è chi vede possibilità di guadagno, ricordiamo tutti le mascherine e l’Amuchina venduti in Rete a prezzi folli, e le grandi industrie farmaceutiche dovranno dimostrare grande trasparenza nella distribuzione di cure e vaccini (quando ci saranno) per fugare ogni sospetto di speculazioni. Ma sono eccezioni, almeno vogliamo crederlo.

Ecco perché il grazie ad Armani e a tutti gli stilisti, così come ai Ferragnez, a Berlusconi, ai Caprotti dell’Esselunga e a tutti gli altri industriali che stanno contribuendo con le loro capacità, vale ancora di più: non è una guerra, non ci sono eserciti, soldati e armate, è l’umanità nella sua essenza che sta affrontando una malattia mortale. Negli ultimi giorni, quando pare sia rallentato il contagio, si inizia a pensare al dopo. Come ripartire? Cosa rimarrà di questa esperienza? Senza entrare in scenari geopolitici che richiedono un’unità di intenti internazionale che per ora pare lontana, nel nostro Paese dovremo ricordarci quello che sappiamo fare: i piccoli e grandi gesti di aiuto.

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Dalla spesa fatta per la vicina, ai camici confezionati dalle aziende del lusso. Perché il lusso, la moda, il design non sono schizzi di creatività inutile su taccuini costosi, sono persone che fanno. Dopo, perché ci sarà un dopo, sarebbe interessante creare una galleria di memorabilia per ricordarlo. Si potrebbero esporre il camice Armani, la mascherina Fendi o Gucci, il disinfettante Bulgari, il respiratore Ferrari… Una specie di museo della “guerra contro il Coronavirus”, vinta quando “l’Italia migliore ha fatto fronte comune”, al “fianco degli eroi in prima linea”…

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