Redazione 27 Ottobre 2019

Quando il viaggio volge al termine, quello è il momento in cui nella mente riaffiora il profumo di casa. E casa, per William e Kate, che dal 14 al 18 ottobre sono stati impegnati nel tour reale che li ha portati in Pakistan, significa Kensington Palace, con le pendole che da due secoli rintoccano allunisono e i giardini circostanti immersi nella prima nebbia autunnale. Ma, soprattutto, la residenza londinese è il luogo dove hanno lasciato i figli George, Charlotte e Louis, di appena un anno e mezzo, alle sapienti e severe cure della tata Miss Borrallo.

Contando le ore, quarantotto o giù di lì, che li separavano dall’abbraccio e dai sorrisi dei loro bimbi, i duchi di Cambridge si sono imbarcati, con staff e giornalisti al seguito, a Lahore, per ritornare nella capitale del Paese, Islamabad. E da lì a Londra. Trecento settantasei chilometri che, in auto, si percorrono in poco più di quattro ore. Ma in aereo ci si impiega appena mezzora. La tratta non faceva presagire nulla di cupo: le procedure di imbarco sul mezzo della Royal Air Force britannica, un Airbus A330, su cui la coppia e il seguito stavano compiendo il viaggio di Stato, si è svolto senza intoppi, pur nella stanchezza collettiva, come è normale che sia alle battute conclusive di un royal tour; Pochi minuti dopo il decollo, però, qualcosa ha insospettito i passeggeri: fuori dagli oblò il cielo ha cominciato a screziarsi docra. I primi lampi, lontani e spettacolari, piano piano che il velivolo ha guadagnato velocità, si sono trasformati in fulmini e saette abbaglianti. E ben presto quella che sembrava una leggera turbolenza è sfociata in un inferno a oltre 30 mila piedi d’altezza.

Ad ascoltare le testimonianze di chi era in quota «l’aereo faceva fatica a procedere: si percepivano chiaramente gli scatti, come quando si ingolfa il motore di un’auto». Nella tensione collettiva molti si sono arresi alle lacrime – William non ha perso il controllo emotivo. Mentre i vuoti d’aria si susseguivano, il duca di Cambridge si è più volte alzato per confortare i più spaventati, scherzando come sa fare lui: «Non preoccupatevi, è successo tutto perché ero io al comando. Ma ora ho lasciato la cloche a chi è più esperto», facendo un chiaro riferimento all’addestramento che ha ricevuto durante il servizio nella Raf. Training che, tra le varie attività, prevedeva anche una simulazione di un atterraggio d’emergenza, pure in acqua.

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Con la battuta William ha fatto anche riferimento, forse involontario, a un incidente vissuto da suo padre con un epilogo tutt’altro che traumatico, anzi grottesco. Scozia, 1994: il principe Carlo pilotava un jet per passeggeri appartenente alla flotta reale, quindi a sua madre. A bordo cerano sei membri dell’equipaggio e cinque ospiti quando, durante l’atterraggio, qualcosa è andato storto e l’aereo è finito fuori pista, forando una gomma e poggiandosi sulla pancia. Graham Laurie, il pilota responsabile del volo, è stato in seguito ritenuto negligente nel consentire all’erede al trono di prendere i controlli del velivolo. Il capriccio di Carlo che voleva giocare all’aviatore è costato all’erario oltre un milione di sterline per i danni causati all’aereo. Ma non tutte le disavventure in alta quota che hanno coinvolto la famiglia reale britannica sono diventati aneddoti spassosi.

Per William di Gloucester i cieli sono stati fatali. Cugino di Elisabetta – suo padre, il principe Henry, era il terzo figlio di Giorgio V e della regina Mary – nonostante fosse affetto da porfiria, una grave patologia ematica che ha colpito alcuni discendenti di Maria Stuarda, amava volare: aveva il brevetto e possedeva diversi apparecchi con i quali partecipava a competizioni amatoriali. L’ultima, la Goodyear International Air Trophy del 1972, gli costò la vita. Poco dopo il decollo, il Piper Cherokee che pilotava colpì un albero, incendiandosi. Per lui non ci fu nulla da fare. Ma riavvolgendo il nastro del tempo è rimasto ancor più drammatico l’incidente del 1937 in cui morirono la principessa Cecilia di Grecia, sorella di Filippo di Edimburgo, e gran parte della sua famiglia: il marito Giorgio d’As- sia, la suocera, principessa Eleonora di Sol- ms-Hohensolms-Lich, i due figli maschi della coppia, Luigi e Alessandro, e il piccolo che la donna portava in grembo.

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Il gruppo si imbarcò a Darmstadt, in Germania, con destinazione Londra, ma all’altezza di Ostenda, in Belgio, l’aereo della compagnia Sa- bena colpì una ciminiera e precipitò in fiamme. Chi si è imbattuto nello sguardo di Kate sull’aereo che incespicava nei cieli pachistani giura di aver visto nei suoi occhi un lampo di terrore simile, forse, a quello che tagliò lo sguardo della prozia di suo marito. Poi, dopo aver passato ben due ore in balia delle intemperie, i piloti sono riusciti a tornare a Lahore. Epilogo al cardiopalma per un viaggio pensato come un omaggio a Lady Diana. Lo dimostrano gli outfit della duchessa, strettamente ispirati a quelli indossati dalla suocera nei suoi numerosi viaggi in Pakistan, l’ultimo nel 1997, a pochi mesi dalla morte. E allora, rivediamo sul capo di Kate il chitrali, tipico cappello di lana con penna frontale; il verde pavone, questo in versione Jenny Packham, abbinato all’abito tipico locale, lo sherwani, indossato da William; e poi il gurtha bianco, colore non casuale visto che, assieme al verde – anche il velo che ha indossato alla moschea Badshahi di Lahore era di questo colore – compone la bandiera pachistana. Insomma, la duchessa ha voluto integrarsi con la tradizione e la moda locale. Accortezza e rispetto che hanno sempre caratterizzato anche le visite di Diana. Che non rappresenta solo un modello per Kate, ma una vera e propria ossessione nel suo percorso verso il trono. Che non consente sbandate.

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