Il Coronavirus ci ha ricordato la vulnerabilità della nostra specie e che abbiamo un solo modo per costruire un mondo migliore: investire nella ricerca e nella salute. Invece i nostri politici, che dovrebbero ragionare con una visione a lungo termine, perdono tempo in chiacchiere inutili che oggi sono al centro di tutto e fanno il pieno di click sui social (e di voti), ma che domani neanche ci ricordiamo più.

POCHI FONDI ALLA RICERCA E TROPPA BUROCRAZIA: Un fatto tutto italiano perché all’estero ci pensano eccome alla ricerca e ce lo ricordano gli stessi scienziati di eccellenza che lavorano fuori dai confini. Come Ilaria Capua, la prima a lavorare sulla sequenza genica del virus dell’aviaria e che ora dirige il centro di eccellenza One Health all’università della Florida: «il ricercatore italiano fatica, per mancanza di mezzi e troppa burocrazia, molto di più dei suoi colleghi europei», ha spiegato a “Il Messaggero” aggiungendo che in Italia la ricerca è «sottofinanziata e la divisione dei fondi non è sempre assegnata in modo meritocratico.

Basterebbe copiare gli altri Paesi europei, mettere il naso fuori casa, per copiare e fare come loro». Dello stesso avviso è Mauro Ferrari, una eminenza mondiale nel campo delle nanotecnologie applicate alla medicina: «nel 2017 l’investimento governativo italiano in ricerca è stato di circa 9 miliardi di euro, la Germania ne ha investiti 30, la Francia 15, l’Inghilterra 12. Il 24% dei giovani talenti nazionali che studia per ottenere un dottorato di ricerca lo fa all’estero, mentre la media europea è del 7%.

Questi numeri sono indicativi di disagi nel sistema ricerca italiano». La richiesta arriva anche da chi è ancora in Italia, come Amalia Bruni, una delle scienziate più famose al mondo perché 25 anni fa aiutò con le sue ricerche ad individuare il gene dell’Alzheimer: il suo laboratorio di Lamezia Terme rischia la chiusura per mancanza di fondi visto che ad un certo punto la Regione ha fermato i finanziamenti. Il personale medico ha già ricevuto la lettera di licenziamento, i pazienti sono stati dimessi e uno dei centri di ricerca di livello mondiale rischia di diventare un comune ambulatorio sanitario. 37

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MILIARDI IN MENO: Secondo il rapporto Gimbe 2019 il finanziamento pubblico nel settore è stato decurtato, per esigenze di finanza pubblica, di oltre 37 miliardi di euro in dieci anni rispetto alle risorse programmate e almeno il 50% di questi soldi sono stati tolti per il personale. Non stupisce che poi ci troviamo con una carenza cronica di personale medico: se la qualità non crolla è solo per la loro bravura.

MENO MEDICI: Secondo le proiezioni dell’Osservatorio sulla salute, nelle Regioni italiane nei prossimi 15 anni il SSN perderà circa 56 mila medici che però saranno sostituiti solo nel 75% (42 mila) dei casi. Un problema che per i medici specializzati è anche burocratico. Per esercitare, i neolaureati devono avere una specializzazione ottenuta con obbligo di frequenza negli ospedali universitari, il che è giusto perché oltre alla teoria universitaria devono anche fare esperienza sul campo: il problema è che ci sono 8 mila borse di specializzazione disponibili e ogni anno si laureano quasi 10 mila persone in Medicina. Poi ci sono i tagli del personale per contenere le spese: un calo del 3,9% nazionale dato da quelle regioni che hanno dovuto fare dei forti tagli per far rientrare il deficit: in Campania, ad esempio, c’è stato un taglio del 19,7% dal 2009 al 2018.

SOTTO LA MEDIA OCSE: In termini assoluti, il finanziamento pubblico in 10 anni è aumentato di 8,8 miliardi, crescendo in media dello 0,9% annuo (meno dell’inflazione media annua all’1,07%), ma è poco: i dati OCSE rivelano che l’Italia è sotto la media sia per la spesa sanitaria totale (3.428 dollari vs 3.980) che per quella pubblica (2.545 vs 3.038) facendo meglio solo di Spagna, Portogallo e Grecia. Dal 2009 al 2018 c’è stato un aumento percentuale della spesa sanitaria pubblica del 10%: la media OCSE è del 37%. Il confronto con l’estero è impietoso: nel 2009 la Germania investiva il 50,6% in più dell’Italia e nel 2018 la differenza è salita al 97,7%.

OSPEDALI ACCORPATI: Poi c’è la questione degli Ospedali che vengono accorpati con la conseguente chiusura di molti di quelli esistenti spingendo milioni di italiani a fare chilometri e chilometri per andare a curarsi nonostante abbiano un ex Ospedale abbandonato a pochi metri. Recentemente ha fatto discutere la decisione del Consiglio di Stato che ha respinto il ricorso alla chiusura del reparto di pediatria/ neonatologia dell’Ospedale di Colleferro in favore di quello di Palestrina (20 chilometri di distanza): la Costituzione parla di obiettivi e non di vicinanza, quindi se le Linee guida nazionali danno una cifra minima e quella non viene rispettata da un Ospedale, significa che quella struttura non ha senso di esistere. E viene chiusa.

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POCHI POSTI LETTO E TEMPI DI ATTESA ENORMI: Secondo il Rapporto Ospedali & Salute/2018, in Italia ci sono più di mille istituti di cura (51,80% pubblici e 48,20% privati accreditati) con 191 mila posti letto per degenza ordinaria, 13.050 per day hospital e 8.515 per day surgery: ci sono 3,6 posti letto per mille abitanti. Troppo pochi e questo porta all’ingolfamento dei reparti degli Ospedali più grandi, tempi di attesa enormi (in media sono 128 giorni per una visita endocrinologica, 114 per una diabetologica, 65 per una oncologica, 97 per una mammografia, 75 per la colonscopia e così via) e quindi stress da parte di tutti, del personale medico e dei pazienti (il 66% dei medici dichiara di aver subìto un’aggressione mentre esercitava il suo lavoro).

LE STRUTTURE PRIVATE: Spesso sono una salvezza per molti viste le difficoltà del SSN, soprattutto a livello di tempistiche: nel 2018 ben 19,6 milioni di italiani si sono rivolti alle strutture private dopo aver provato con quelle pubblica. Perché uno ci prova, ma quando ti dicono che servono tre mesi per una visita o per un esame… Non tutti però se lo possono permettere. Questa è la situazione della salute in Italia dove investiamo soldi su soldi quando scatta una emergenza, ed è giusto, ma che non investiamo quando si tratta dell’ordinarietà: si chiudono Ospedali, si riducono i medici, si alza il livello di stress e quindi si abbassa la qualità e non per l’incapacità del personale medico o dei ricercatori, che invece sono di eccellenza, ma perché è il sistema ad essere organizzato male e gestito peggio.

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