Sono giovani specializzande in medicina interna e si trovavano a Londra per un progetto di ricerca. Nell’arco di pochi giorni G. ed M. – eroine che hanno preferito l’anonimato – hanno rinunciato a tutto per tornare a Milano e combattere in prima linea la battaglia al Covid-19. “Quando abbiamo sentito come era la situazione in Lombardia – raccontano a MilanoToday – abbiamo deciso di rientrare in Italia”.

Le due dottoresse, che hanno entrambe 30 anni, si sono conosciute a Londra, dove da diversi mesi stavano facendo ricerca per la tesi in un ospedale. “Ovviamente – dicono le due – abbiamo degli amici negli ospedali di Milano e i nostri colleghi ci hanno raccontato che il carico di lavoro era diventato insostenibile, dipingendo un quadro drammatico. A quel punto ci è sembrato giusto lasciare da parte la nostra ricerca per dedicarci alla clinica e abbiamo chiesto di rientrare. Se sei un medico senti il bisogno di aiutare dove c’è bisogno”.

G., milanese, ed M., siciliana, a metà marzo sono rientrate a Milano, città dove tutte e due hanno studiato, non senza qualche difficoltà. “Lasciare tutto nel giro di così poco tempo è stato molto impegnativo dal punto di vista emotivo – ricordano le dottoresse -. Abbiamo fatto la valigia nel giro di qualche giorno e poi abbiamo cercato un volo. Ma i pochi disponibili non avevano più posto. A quel punto l’ambasciata ci ha supportate nella ricerca”.

Le due ragazze ora si trovano a Milano in isolamento ma finito il periodo di quarantena torneranno negli ospedali di appartenenza, entrambi in città. Al momento non sanno ancora se lavoreranno con pazienti Covid perché nei nosocomi i medici vengono ridistribuiti di giorno in giorno per fare fronte all’emergenza. “Ci terremmo a raccontare una cosa del nostro rientro – precisano le ragazze -. A Londra abbiamo riscontrato uno scarso livello di allerta del personale di terra della compagnia aerea, che non indossava né mascherina né guanti. Una volta a Fiumicino, poi, in aeroporto non sono state fornite informazioni ai passeggeri che erano con noi in merito all’obbligo di osservare un periodo di auto isolamento perché entrati a contatto con persone potenzialmente contagiose. Anche i controlli della temperatura erano effettuati solo a campione”.

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“Vista la mancanza di personale sanitario – conclude M. – vogliamo dare una mano qui. Essere in Italia per noi è anche una sicurezza personale: non condividiamo il modo in cui il Regno Unito sta gestendo l’emergenza”. “Tornare a casa – dice G. – è stato bello ma non ho potuto vedere né il mio ragazzo né i miei genitori. Ed è molto difficile emotivamente. Fino a quando finiremo la quarantena noi due staremo insieme nella stessa casa, così potremo farci forza l’una con l’altra”.

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