Monica Vitti 89 anni, da quasi vent’anni vive accudita dal marito a causa di una malattia

Monica Vitti c’è. Dicevano che la malattia se l’era portata via anni fa, ma non è vero. È a casa sua, accudita con amore dal marito Roberto Russo. È in libreria, in un libro di Eleonora Marangoni, E siccome lei, edito da Feltrinelli.

È nei suoi film che non ci stanchiamo di rivedere. «È la mia presenza che fa la differenza per il dialogo che riesco a stabilire con i suoi occhi, non è vero che Monica vive isolata, fuori dalla realtà» diceva Russo al Corriere della Sera qualche settimana fa, quando Monica ha compiuto 89 anni.

La Vitti e Russo si erano sposati nel 2000 a Roma, dopo quasi trent’anni di convivenza e qualche anno prima che la malattia avesse il sopravvento. La “fatalona comica”, come la chiamava Mario Monicelli, può vantare una parabola artistica quasi unica: dal cinema d’autore a quello popolare, di grande successo.

Da “musa” di Michelangelo Antonioni a interprete capace di tenere testa ai “colonnelli” della commedia all’italiana, Alberto Sordi, suo amico fraterno, in primis. Di solito i comici aspirano ai ruoli drammatici per dimostrare ai critici di essere attori completi. Monica Vitti ha seguito la strada opposta.

Dai film di Antonioni, in cui dominavano i silenzi e l’incomunicabilità (ai tempi la battuta che circolava era «Signorina Vitti? Le passo la comunicazione») alla “bella hawaiana… beccate ’sta banana” di Polvere di stelle, grandissimo successo con Sordi.

Di Antonioni fu compagna a lungo ed Enrico Lucherini, l’uomo che ha inventato la figura dell’ufficio stampa in Italia, ama raccontare di un incontro con i due. «In casa loro c’era un pianoforte. Monica si avvicina allo strumento ed esclama “Michele (perché lei Antonioni lo chiamava così Michele), il pianoforte parla!”.

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Antonioni si alza, si avvicina e dice “È vero, parla!”. E io: “E che dice?”. Non ero riuscito a trattenermi». Magari era uno sketch per ingannare il giovane Lucherini: Maria Luisa Ceciarelli, in arte Monica Vitti, aveva studiato all’Accademia d’Arte Drammatica e fin d’allora aveva dimostrato il suo talento comico. Era stato il suo maestro Sergio Tofano, il creatore del Signor Bonaventura, a suggerirle di cambiare nome, adottandone uno più semplice ed evocativo.

All’epoca la pratica era normale, come era consuetudine che la Vitti prestasse la sua voce, in sala doppiaggio, ad altre attrici: «Monicelli mi faceva doppiare le alcolizzate, Pasolini le accattone e Fellini le vecchie prostitute». Alla fine degli anni Cinquanta, proprio al doppiaggio, l’incontro con Antonioni e quel gruppo di film (da L’avventura aDeserto rosso) di fronte a cui lo spettatore medio reagiva come di fronte ai western di Sergio Leone: “Ma quando parlate?”.

Lasciato Antonioni, nella sua vita entra Carlo Di Palma, direttore della fotografia, che la dirige in Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa e qualche altra pellicola. Ormai la Vitti è diva popolarissima, attrice dai tempi comici strepitosi, camaleontica: dalla fine degli anni Sessanta è siciliana, sarda, milanese, gira tre o quattro film l’anno. Italianissima, è chiamata a interpretare Modesty Blaise, la bellissima che uccide, una James Bond al femminile in una parodia dei film di 007.

Con Sordi gira film dove quasi sempre tradisce e viene tradita e per di più è picchiata («Le botte che prendo io non le prende nessuno. E ne ho prese tante». In Amore mio, aiutami a prendere gli schiaffi è una controfigura quindicenne, Fiorella Mannoia), ma la gara di bravura la vince quasi sempre lei. «È tutto mescolato, la vita, i personaggi. Ma allora è tutto falso, direte voi? No, è tutto vero: specialmente i personaggi». Infatti nel libro di Eleonora Marangoni a parlare, a essere raccontati non sono la Vitti, ma i suoi personaggi più celebri. Immortali come lei.

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