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Contro un’Inter «costruita per vincere lo scudetto» servirà una gara di «coraggio e personalità». Simone Inzaghi presenta la sfida ai nerazzurri forte delle due vittorie dello scorso anno (in Coppa Italia ai rigori e in campionato), anche se è consapevole che quella di quest’anno è un’Inter diversa e più competitiva rispetto a quella di un anno fa: «Ho visto le ultime tre partite di campionato dell’Inter – specifica il tecnico biancazzurro alla vigilia – sono state giocate molto bene. È una squadra costruita nel modo giusto e potrà giocarsela fino alla fine con Juventus e Napoli per la vittoria dello scudetto. Noi dovremo giocare una partita di grandissima concentrazione e personalità per affrontare una squadra così forte».

Nel cambio di passo e di credibilità dell’Inter, decisivo l’arrivo di Conte: «Ho grandissima stima di Antonio, è partito dal basso, dalla gavetta – tiene a sottolineare Inzaghi – e ha fatto sempre bene. Ora allena una squadra fortissima e ha impiegato poco per trasmettere i propri concetti: con lui parlo volentieri di calcio, utilizziamo anche lo stesso modulo di base anche se interpretato in modo leggermente diverso».

Predicando «coraggio e personalità», Inzaghi ricorda ancora i successi di inizio 2019: «In questo stadio abbiamo fatto ottime gare ultimamente e anche domani andremo a San Siro con la consapevolezza di poter fare una buona gara». Guardando invece ai problemi di casa propria, il tecnico biancazzurro torna (spera per l’ultima volta) sul “caso” Immobile chiuso lunedì con le scuse del giocatore per la sfuriata dopo la sostituzione in Lazio-Parma e ieri dallo stesso tecnico: «Immobile ha fatto un grande gesto – sottolinea Inzaghi – si è scusato davanti ai compagni e alla società: è tutto chiarito, non c’è nessun caso. Ciro con me si era già scusato, l’ha fatto non appena l’arbitro ha fischiato la fine della partita. Si deve ragionare per la squadra, non per gli aspetti personali. In questo siamo cresciuti molto. Immobile in 10 minuti aveva già capito da solo e ha chiesto scusa».
La vittoria sul Parma sembra aver restituito alla Lazio quella consapevolezza che sembrava essersi persa dopo la doppia sconfitta con Spal e Cluj: «Dobbiamo sempre avere i piedi per terra – avverte tuttavia Inzaghi -. Dopo il Cluj avevo detto di essere sereno per quello che avevamo creato. Però dovevamo avere più cattiveria».

Stasera Samir Handanovic festeggerà (da capitano) la 300ª presenza con la maglia dell’Inter. Una bella soddisfazione per il numero 1 sloveno che davanti a sé ritroverà i soliti noti, ovvero i confermatissimi Godin, De Vrij e Skriniar: «Godin ha riposato in Champions, De Vrij ha avuto un piccolo affaticamento e, per la posizione che occupa, può giocare un bel tot di partite consecutive», ha sottolineato l’allenatore. Tra i titolarissimi farà ritorno in campo dal 1’ Antonio Candreva che nel derby era stato lasciato precauzionalmente a riposo per il colpo patito in Champions contro lo Slavia, mentre a sinistra resta aperto il ballottaggio tra Biraghi e Asamoah: l’unica certezza è che il ghanese rifiaterà in una partita tra Lazio e Samp in vista dell’uno-due con Barcellona e Juve prima della sosta riservata alle Nazionali. Chi può riposare già staserà è Nicolò Barella («E’ un generoso: dobbiamo però incanalare tutta la sua energia nella strada che vogliamo – la “benedizione” di Conte – Ci sono tutti gli ingredienti perché Nicolò diventi una colonna di questa squadra per un decennio») considerato che Matias Vecino, qualora non giocasse, arriverebbe alla quarta esclusione consecutiva per scelta tecnica. Ballottaggio aperto invece in attacco tra Politano e Martinez con il primo favorito di un’incollatura perché provato ieri. Di certo Sanchez aumenterà il minutaggio: «È importante allargare la base dei titolari perché per vincere le partite devi sempre tenere le marce alte. Al tempo stesso devo buttare dentro altri nel momento in cui mi accorgo che mi danno determinate garanzie. Quando mi renderò conto che Alexis può dare quello che chiedo, potrà essere inserito. Discorso che vale pure per Biraghi, Lazaro e Bastoni. Io devo fare gli interessi dell’Inter, non devo accontentare nessuno».

Non è arrivato ancora al punto di sentire il “rumore dei nemici”. Però Antonio Conte, da qualche tempo a questa parte, ha deciso di aumentare il volume delle sue dichiarazioni. Abbandonati i toni ecumenici di inizio estate, il lider maximo nerazzurro ha cambiato registro: strategia atta a mantenere alta la tensione a tutti i livelli, anche perché Conte sa come funziona a queste latitudini e il precedente legato a Roberto Mancini (ultimo nel 2015/16 a partire con 5 vittorie nelle prime 5 di campionato) resta da insegnamento: quell’Inter – che a fine estate sognava in grande -, finì quarta a 67 punti, quando però per la Champions si doveva arrivare tra le prime tre.«Per noi quello con la Lazio è un altro test di verifica: se entriamo in campo con i giocatori ancora inebriati dagli elogi per la vittoria nel derby, significa che non abbiamo capito niente. Bisogna subito resettare tutto e dare risposte importanti». Parole ribadite pure alla squadra nell’inquadrare la sfida di stasera che l’allenatore ha detto (senza bluffare) di temere molto anche perché, piazzata nell’infrasettimanale, ha tutto per essere il classico trappolone: «La Lazio è un ostacolo molto, molto impegnativo, uno dei più difficili da inizio stagione. Affronteremo una squadra che possiede una propria identità, che è allenata da un bravissimo allenatore, forse anche sottovalutato quale è Simone Inzaghi, nonché una formazione ben rodata con un grande progetto alle spalle. Dobbiamo sapere, non a chiacchiere, che sarà una partita difficile dove ci sarà bisogno della spinta di tutti per fare bene». E San Siro risponderà (come al solito) presente, considerato che è già stata superata quota 55mila spettatori.

Tifosi che, dopo quanto visto nel derby, sono ormai tutti votati al “Contismo”, la versione nostrana del Cholismo: «In campo eravamo simili, due giocatori “box to box”. A Madrid Simeone ha trovato il suo posto ideale dove portare la sua idea, mentre io sono stato un po’ più girovago. Se mi vedo all’Inter per tanti anni? Quando inizi un nuovo progetto la speranza è sempre che sia lungo e duraturo perché più stai in un club, più significa che tutti hanno assimilato le tue idee. Sicuramente per un allenatore riuscire a rimanere per un po’ di tempo in una società è la cosa migliore e io mi auguro che questo accada visto che al massimo sono stato in un club per tre anni. Questo anche perché ripartire da zero è sempre molto più complicato: prima devi fare tabula rasa, poi devi trovare le persone che devono supportarti». All’Inter, l’ultimo a campare almeno per quattro stagioni è stato proprio il Mancio con cui Conte “divide” Lele Oriali (ieri pubblicamente ringraziato, insieme a Javier Zanetti, dall’allenatore). Non è dato a sapersi quanto tempo l’ex ct resisterà nella centrifuga (Trapattoni dixit), fatto sta che non ci ha messo molto per iniziare a graffiare come, ai tempi, faceva un altro allenatore capace di portare a sé le folle: José Mourinho. «Sento tanti proclami: dopo quattro giornate già si parla di questo e di quello. Ecco, io sono nel calcio da tanto tempo per dire che questo viene fatto ad arte per darci qualche bella “saccagnata” (alla prima sconfitta, ovviamente, ndr). Ribadisco che ci sono due squadre davanti a tutti: il Napoli, che nessuno calcola, ma che non ha venduto nessuno e ha migliorato la rosa. E la Juve che è molto, molto, molto forte. Poi vanno considerate le altre, tra cui l’Inter». Attesa, la settimana che verrà, dall’uno-due Barcellona-Juve: « Noi dobbiamo pensare partita dopo partita, dobbiamo concentrarci sull’oggi e sul fare bene quello che ci aspetta nel presente. Il nostro sarà un percorso lungo: ci sarà da cadere e noi dovremo essere bravi a rialzarci. E l’unica ricetta per riuscirci è la serietà nel lavoro».

Stasera contro la Lazio, davanti ai “soliti” 55mila e passa spettatori di San Siro, l’Inter di Antonio Conte andrà a caccia della quinta vittoria consecutiva che permetterebbe ai nerazzurri di rimanere in testa alla classifica in solitaria. Ma c’è anche chi andrà a caccia di… stelle. Romelu Lukaku, infatti, è atterrato sul pianeta Inter da neanche due mesi, ma ha già messo nel mirino chi ha scritto la storia di questo club. Il bomber belga ha segnato tre gol in questo campionato; tre reti nelle prime quattro partite in Serie A, che corrispondono anche alle sue prime quattro presenze in nerazzurro. Lukaku si appresta a giocare la sua quinta gara consecutiva, visto che per Conte l’ex centravanti del Manchester United è uno dei pochi insostituibili in questa fase iniziale della stagione (ma anche nel proseguo dell’annata, per il gioco che vuole il tecnico pugliese, difficilmente finirà spesso in panchina). Bene, se Lukaku dovesse trovare ancora il gol, come successo già con Lecce, Cagliari e Milan (ha “bucato” solo l’appuntamento con l’Udinese), “Big Rom” eguaglierebbe il percorso svolto da due miti del passato nerazzurro, ovvero Ronaldo e Diego Milito.

Solo loro due, fra i grandi realizzatori della storia dell’Inter, sono riusciti nell’impresa di segnare in almeno quattro delle prime cinque uscite con la maglia dell’Inter in campionato. Ronaldo nella stagione ’97-98, mancò l’appuntamento alla prima gara, in casa contro il Brescia, quando fu Recoba a prendersi la copertina con una straordinaria doppietta di sinistro, ma poi andò a segno in tutte le successive partite: il primo storico centro arrivò a Bologna, poi furono superate in successione Fiorentina, Lecce (doppietta) e Lazio. In tutto, quindi, 5 gol in cinque gare, ma il Fenomeno andò in gol in solo quattro di esse. Così come Milito nel ’09-10, stagione di grazie dell’argentino e del Triplete: anche il Principe non riuscì a segnare alla prima in A con l’Inter (contro il Bari), ma poi si rifece in successione con Milan, Parma, Cagliari (doppietta) e Napoli. Pure Milito, quindi, segnò 5 reti in altrettante partite, ma solo in quattro scrisse il suo nome sul tabellino.

Stasera toccherà a Lukaku e visti i precedenti, chissà che non punti alla doppietta per pareggiare in tutto e per tutto con i due miti del passato. Lukaku, dovesse invece non segnare alla squadra dove milita sua fratello Jordan (anche merito suo se il centravanti è arrivato in Italia masticando già un po’ della nostra lingua), si troverebbe comunque in ottima compagnia. Scorrendo la classifica dei marcatori di tutti i tempi dell’Inter e analizzando le prime cinque gare in A di tutti, si nota come in quattro siano riusciti ad andare in gol in tre delle prime cinque partite: Boninsegna nel ’69-70, Nyers nel ’48-49, Vieri nel ’99-00 ed Eto’o nel ’09-10. Fermi a due gare su cinque, invece, Meazza (’27-28), Altobelli (’77-78), Lorenzi (’47-48), Mazzola (dal ’60-61 al ’62-63: allora ragazzino, ci mise tre campionati per mettere insieme cinque presenze) e Icardi (’13-14). Fermi a una sola partita, invece, Cevenini III (’12-13), Aebi (’09-10), Angelillo (’57-58), Serena (’78-79 e ’81-82), Adriano (’01-02) e Ibrahimovic (’06-07).

Dare il cinque, simbolo di festa per un successo condiviso. Cinque in numeri romani: V, come vittoria. Le cinque dita della mano, emblema di un lavoro inseparabile e collaborativo. Inter alla caccia della quinta vittoria su cinque, ma i contenuti simbolici li abbiamo aggiunti noi. Conte e i nerazzurri sono probabilmente più prosaici: cinque vittorie sono 15 punti, sono vetta della classifica per un’altra giornata, sono un altro passo avanti nella politica de «una gara alla volta».

Sono anche un mezza assicurazione sulla vita e sul risultato finale, anche se non è il caso di dirlo al tecnico («Sento troppi facili proclami e previsioni, è ancora lunghissima ») né all’Inter, che in passato è stata «eccezione». Nella storia ventidue squadre hanno centrato una cinquina di vittorie iniziali: in venti casi, hanno chiuso nei primi due posti (l’Inter di Mancini fra le due che non ce l’hanno fatta). Nove volte non sono riuscite a vincere il campionato (l’Inter due), e la frequenza è aumentata negli ultimi sei campionati (4 occasioni). Cadere e rialzarsi Insomma, partire con 15 punti può non garantire lo scudetto (arriva nel 59% dei casi), ma quasi sempre è viatico di una lotta fino alla fine. Conte, ovviamente, archivierebbe tali statistiche nel tempo che Pintus concede per uno scatto: «Il percorso è lungo, ci sarà da cadere e vedere se siamo bravi a rialzarci.

Parlate di sfida alla Juve per poi darci una “saccagnata” e non considerate il Napoli che è molto forte». Della Lazio si fida poco, dell’entusiasmo post-derby meno: «Inzaghi è sottovalutato, se entriamo in campo con la testa agli elogi per il derby significa che non abbiamo capito niente. Bisogna resettare tutto». Sulla cosa Conte deve aver insistito parecchio e quando finisce lui cominciano altri: «Sono stato fortunato a trovare qui due persone che credono in quello che stiamo facendo e che mi aiutano tanto, Lele Oriali e Javier Zanetti. Li ringrazio». I due sono presenti alla conferenza (il vice- presidente sembra più vicino alla squadra e al campo, negli ultimi mesi) e incassano i complimenti al termine di un discorso in cui Conte ipotizza un futuro al lungo termine alla Pinetina: «Più stai in un club più vengono assimilate le tue idee.

Lavori con giocatori che ti conoscono. Restare per tanto tempo è la cosa migliore, io mi auspico che succeda prima o poi. Aprire un ciclo sarebbe positivo, perché non devi ricominciare ogni volta da capo». Rischi e garanzie Adesso ha effettivamente appena ricominciato, con una squadra cambiata molto, ma lo ha fatto nelmodo giusto. La quinta vittoria sarebbe la sua miglior partenza di sempre in campionato, e permetterebbe di tornare davanti alla Juventus, a maggio lontana 21 punti. Alla sfida diretta coi bianconeri mancano una decina di giorni abbondanti, ma il clima da «resa dei conti» non piace al tecnico nerazzurro, che si scalda: «Leggo articoli che dicono che a Torino io verrò coperto da insulti, e rimango sbalordito, perché chi comunica deve pensare a che sentimento trasmette. Qualcuno incita all’odio. Dà veramente fastidio». Meglio tornare al campo, all’investitura di Barella («Può diventare una colonna dell’Inter per i prossimi dieci anni») e al rinvio di Sanchez: «Gioca quando sarà pronto, come gli altri. Dovrò prendere dei rischi, ma cercare garanzie. Devo pensare agli interessi dell’Inter, non di qualcuno in particolare ». Tutti insieme, concentrati solo sulla quinta.

Sono stati i castiga- Inter della scorsa stagione nelle due sfide giocate a San Siro. Ciro Immobile ha fatto centro in Coppa Italia, Sergej Milinkovic in campionato, per altrettante vittorie della Lazio. Anche se per la prima si rese necessaria la coda dei rigori. L’attaccante e il centrocampista tornano stasera sul luogo del delitto per colpire ancora. Per regalare alla Lazio un’altra serata da ricordare. Come lo furono quelle della scorsa stagione.

Immobile perdonato E pensare che Immobile ha rischiato di non esserci. La reazione plateale avuta domenica per la sostituzione nel match con il Parma gli sarebbe probabilmente costata una panchina punitiva se non avesse chiesto scusa. Lo ha fatto ed il caso è rientrato. Come ha ribadito ieri Simone Inzaghi: «Ciro con me si era già scusato alla fine della partita. Ieri (lunedì, ndr) ha fatto un bel gesto, si è scusato davanti ai compagni e alla società. Si deve ragionare per la squadra, non per gli aspetti personali. Non c’è nessun caso, è tutto risolto». E così Immobile sarà come di consueto al centro dell’attacco. Per colpire ancora l’Inter. Anzi, per colpirla per la prima volta in campionato con la Lazio. Quel gol realizzato in Coppa Italia a San Siro lo scorso 31 gennaio è stato il primo segnato in biancoceleste alla formazione nerazzurra. Alla quale, in campionato, ha fatto gol solo con il Torino (nel 2013) e con il Genoa (nel 2012). Quattro reti nelle prime quattro giornate di campionato ed un’altra in Nazionale:Immobile è partito bene quest’anno.

Col primo di questi gol ha tagliato il traguardo delle 100 reti in Serie A ed ora ha nel mirino un’ulteriore quota 100. Quella delle reti con la maglia della Lazio. Tra coppe e campionato è arrivato a 90, l’obiettivo non è poi così lontano. Occhio a Milinkovic Non ha gli stessi numeri di Ciro, ma i nerazzurri lo temono allo stesso modo. E non solo perché Sergej Milinkovic, con una zuccata, ha deciso l’ultimo Inter-Lazio di campionato, il 31 marzo scorso. È che il centrocampista serbo ha tanti estimatori dalle parti di Appiano Gentile, al punto che la scorsa estate l’Inter lo aveva inserito nella lista dei top-acquisti. La trattativa non è mai realmente decollata, ma l’interesse nei suoi confronti da parte della società nerazzurra era comunque tanto. E non è detto che in futuro non torni di moda. Stasera, in ogni caso, Milinkovic farà in modo di essere rimpianto.

Il serbo, dopo un’annata di alti e bassi, quest’anno è partito con il piglio giusto, risultando sempre tra i migliori. Tranne nello sciagurato match con la Spal, che però iniziò in panchina per poi essere utilizzato solo nella mezzora finale. Un ottimo avvio di stagione a cui è mancata solo la ciliegina del gol. Che il Sergente cercherà di trovare stasera a San Siro. Perché i campioni sono fatti così: preferiscono lasciare il segno nelle partite che contano. Con Lukaku jr Inzaghi conferma la squadra che ha battuto il Parma con due novità: in difesa Bastos prende il posto dell’influenzato Radu e sulla fascia destra Lazzari rileva Marusic. C’è in realtà anche una terza novità: la prima panchina stagionale per Jordan Lukaku. Il belga, assente da gennaio per problemi a un ginocchio, è rientrato in gruppo da un paio di settimane. E stasera, seppur a distanza, potrà sfidare il fratello Romelu.

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