Per salvare Giorgio Tirabassi ho guidato come un pazzo

Fa battute e ride di gusto, Giorgio Tirabassi: «Ti sembra che io stia bene? Dev’essere l’effetto della morfina…». Superato il grande spavento, Fattore e regista riesce persino a scherzare con il suo amico Marcello Teodonio sull’infarto che lo ha colpito il primo novembre e per il quale stava per lasciarci la pelle. Tirabassi, infatti, si è salvato grazie un intervento in urgenza di angioplastica con stent, utile per risolvere l’occlusione a una coronaria. Nel frattempo l’artista romano si è chiuso dietro un comprensibile riserbo assieme alla moglie, la gallerista Maria Francesca Antonini. E assai riservati sono pure i medici del reparto di Utic-cardiologia ed emodinamica dell’ospedale di Avezzano (L’Aquila). Gente ha comunque scoperto

che la sera dell’infarto Tirabassi ha subito ben due arresti cardiaci in meno di un’ora. Della sua disavventura l’attore ha parlato con pochissimi amici e ha diffuso un paio di messaggi social, in particolare uno affidato a Facebook: «Sono in buone mani». Tuttavia, seppur a letto, ha incontrato l’uomo che con la sua tempestività gli ha salvato la vita. Si chiama, appunto, Marcello. Lo abbiamo intervistato in esclusiva.

Titolare della cattedra di Letteratura romanesca alla Sapienza di Roma, presidente del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli, Teodonio è il mentore delle rassegne culturali che si svolgono a Civitella Alfedena, splendido borgo nell’aquilano di 280 anime dominante il lago di Barrea. Da un decennio il professore è un buon amico di Tirabassi. «Perciò Giorgio ha deciso di presentare la sua opera prima da regista, II grande salto, proprio a Civitella», racconta Teodonio.

Cosa è accaduto quella sera?

«Giorgio è arrivato intorno alle 19, la proiezione era prevista per le 21. Abbiamo fatto il sopralluogo in teatro e ci siamo messi in macchina per andare a mangiare. Cinque minuti dopo, con una lucidità estrema, mi ha detto testualmente: “Non ti vorrei allarmare. Però mi sa che mi sta venendo un infarto”. Credevo scherzasse, gli ho chiesto come facesse a saperlo. E lui, posato: “Lo riconosco, dodici anni fa ne ho già avuto uno”. In quellattimo ho capito che faceva sul serio».

Lei deve essersi molto spaventato.

«Non ne ho avuto il tempo. Il Pronto soccorso più vicino è a Castel di Sangro, sono 45 minuti di auto da Civitella, mi son messo a guidare come un forsennato. Nel frattempo ho chiamato il dottor Alfredo Antonucci, anestesista proprio all’ospedale di Castel di Sangro. Lui mi ha dato il consiglio decisivo: “Corri verso di noi. Intanto ti mando un’ambulanza con a bordo un cardiologo, così vi incontrate a metà strada”. Ci siamo incrociati dalle parti di Scontrone dopo 25 minuti. Giorgio è stato condotto in ambulanza, era davvero provato».

Da lì Tirabassi è stato trasportato ad Avezzano. Da Scontrone è almeno un’ora e mezza di ambulanza. Perché così distante?

«Lì c’è il pool di eccellenza guidato dal professor Giulio Valentini, che lo ha operato intorno alle 22.30».

La rapidità è decisiva in questi casi

«Infatti. Dal momento dell’infarto a quello dell’intervento chirurgico possono trascorrere al massimo tre-quattro ore, sennò non c’è speranza. Per fortuna siamo stati tutti tempestivi».

Lei quella sera è andato in ambulanza con Tirabassi?

«No, perché ho voluto assecondare un suo desiderio».

Quale?

«Nonostante tutto, ha trovato la forza di chiedermi di tornare a Civitella per salutare il pubblico e porgere le sue scuse». Scuse?

«Giorgio è una persona straordinaria, anzitutto per la sua educazione e gentilezza».

I civitellesi come hanno preso la notizia?

«Sono abruzzesi, persone solide, zero chiacchiere e tanta sostanza. La sala era strapiena, hanno fatto partire un applauso spontaneo e poi hanno guardato il film con ancora maggiore commozione. In questi giorni continuano a chiedermi come sta Giorgio, con garbo, senza invadenze».

Lei poi ha visto Tirabassi in ospedale. Come Tha trovato?

«Mostra una buona cera. E ha subito ritrovato la battuta e il riso facile».

La prego, una freddura tra le altre?

«Quando gli ho detto che ho preso le curve come un pazzo, mi ha risposto: “A Marce’, e che ne so, mica ce stavo a pensa’, avevo gli occhi chiusi…”».

E lei cosa ha risposto?

«Che pure io guidavo a occhi chiusi. Ha riso per due minuti di fila!».

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