Si salvi chi può: Giuseppe Conte ha annunciato ieri di essere pronto a sottoporre il Paese a una “cura da cavallo” per risanare la nostra stagnante economia. E ovviamente il sospetto è che Palazzo Chigi ricorra alle uniche medicine che chi ci governa pare conoscere: altre tasse e altri vincoli. In particolare, per i proprietari di immobili si profilano tempi bui. Il ministero per i beni culturali sta per mettere mano al sistema degli affitti brevi.

Una brutta notizia non solo per i titolari del mezzo milione di case che vengono messe sul mercato ogni anno con questo sistema (AirBnB e simili), ma anche per l’ 82% di italiani che possiede un alloggio. Già, perché negli ultimi anni il valore del mattone è stato sostenuto proprio dalle piattaforme web e dai loro utilizzatori, che ora la maggioranza si prepara a bastonare. Per non parlare dei tanti palazzi che sono stati ristrutturati grazie a incassi che altrimenti sarebbero sfumati. Andava tutto troppo bene, insomma. E quando il nostro esecutivo si accorge che qualcuno sorride inizia a sentire puzza di bruciato.

Questo qualcuno, in particolare, porta il nome di Dario Franceschini. Il disegno di legge che interverrà in questo ambito è stato infatti preparato dal ministero per i Beni Culturali. Il Partito Democratico teme che il nuovo mercato snaturi i nostri centri storici. Di conseguenza, stando alle prime bozze, chi possiede più di tre immobili non potrà più godere delle normali agevolazioni previste per tutti gli affitti (cedolare secca con aliquota al 21%) ma dovrà pagare qualcosa in più.

Dovrà calcolare i guadagni derivanti dalle locazioni brevi nell’Irpef. In altre parole, si rischia raddoppiare l’esborso (in caso di aliquota oltre al 41%). Dice il ministro dem: «Il fenomeno ha portato anche un tipo di turismo interessante, a cui l’Italia non può rinunciare, ma va regolato. Non è possibile che ci sia chi finge di avere AirBnB e invece sono attività d’impresa mascherate». Per Achille Colombo Clerici di Assoedilizia, però, si poteva intervenire in tutt’altra maniera: «Se si volevano incentivare gli affitti lunghi, la soluzione era sgravarli dei tanti vincoli che oggi li rendono meno vantaggiosi, non il contrario». Per tanti anni, infatti si è pensato molto alla tutela dell’inquilino e poco a quella dei proprietari.

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Chi punta sul breve, invece, riduce il rischio di morosità, si fa pagare in anticipo e sa che l’inquilino a fine vacanza se ne andrà senza far storie. Tutte questioni che non sembrano interessare il governo. L’impressione è che come al solito si punti a far cassa, perché «il mattone è un bene stabile e di conseguenza è più soggetto all’aggressione fiscale», continua Colombo Clerici. In questo senso, tuttavia, il risultato potrebbe essere l’opposto di quello sperato. La cedolare secca è stata introdotta anche per combattere l’evasione fiscale incentivando l’emersione dal nero. Con i nuovi criteri è facile pensare che in molti ricomincino a dimenticare le fatture.

L’offensiva del centrosinistra non si limita all’azione del governo. Anche nei Comuni amministrati dal Pd si pensa a una stretta sugli AirBnB. Come scritto ieri da Libero, a Milano la giunta si prepara a introdurre limiti all’utilizzo delle piattaforme online. Alcune capitali europee hanno già ridotto a tre mesi il periodo in cui poter sfruttare questi strumenti. Il capoluogo lombardo sta pensando di allinearsi, anche se ancora non c’è alcuna certezza. Come per la cedolare secca, il rischio è infatti quello di incentivare il mercato sommerso. Gli incassi sono troppo ghiotti per pensare che i proprietari si arrendano così facilmente.

È stato calcolato, infatti, che chi le utilizza incassi ben 5mila euro all’anno più di chi ricorre al mercato degli affitti tradizionali. Oltre ad altri benefici. La pacchia, però, potrebbe essere già finita. Per Forza Italia ogni nuova stretta sarebbe «ingiusta e illiberale». E viste le proteste ieri l’assessore Pd Pierfrancesco Maran ha aggiustato il tiro: «Non si tratta di criminalizzare il fenomeno di AirBnB, ma proprio perché piace vanno definiti i campi d’azione che non siano penalizzanti delle famiglie che lo utilizzano, ma che non sia neanche una sorta di attività predatoria da parte di società». Speriamo…

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