Coronavirus, II primo contagiato è un supersportivo

Forse è un riflesso molto umano – e non solo professionale, cioè da pennivendoli – quello di voler tipizzare a tutti i costi persino la categoria dell’untore, del contagioso da coronavirus: come se fossimo alla segreta ricerca di una responsabilità, di una colpa, di uno stile di vita che faccia dire: ah, ecco perché è successo a lui, ecco perché non è capitato e non capiterà a me. Sono sciocchezze, naturalmente, così come lo è il tentativo inconscio di chiamarsi fuori dicendo pure – qualcuno dapprima lo diceva – che il virus colpisce i deboli, gli anziani, i bambini, le categorie vulnerabili. Sono sciocchezze anche queste, chiaro, in generale perché tutti i virus nuovi e importanti non zono razzisti, non sono xenofobi, non hanno particolari gusti sessuali, mangiano di tutto, non hanno certo paura dell’aereo e loro, della globalizzazione, sanno più di mille sociologi. Ma qui, forse, c’è di più. Non serve un sociologo, basta un rapporto Censis.

DINAMICO

Perché, guardando al 38enne di Lodi ricoverato all’ospedale di Codogno per il Coronavirus (caso purtroppo grave, il suo) sembra davvero che ci ritroviamo di fronte all’archetipo della brava persona normale, terribilmente normale: quasi come lo sono pochi milioni di noi. Un ragazzo di 38 anni della provincia, appunto, uno dinamico, lanciato nel suo lavoro alla Unilever (multinazionale olandese-britannica con 400 marchi di alimentari e bevande e prodotti per la casa: tutti voi ne avete a casa uno, di sicuro) e quindi sportivo quanto è giusto – uno di quelli che va a correre, e che incrociate per strada – ma anche giocatore di calcetto con la sua squadretta, frequentatore di un corso della CroceRossa per i rudimenti base di pronto intervento sanitario, poi – pare – sociale quanto basta con tanto di partecipazione a una parata allegorica di carri carnevaleschi a Co- dogno.

Non vive in Piazza Affari, e neppure nella peggior periferia degradata: è di Castiglione d’Adda – provinciali, brava gente – ed è terribilmente ordinario anche l’indotto che l’ha trasformato in un untore: forse ha contratto il virus da un amico e collega che era stato in Cina e che ora è sotto osservazione all’ospedale Sacco di Milano, poi l’ha passato alla moglie, altra podista, altra persona pazzescamente normale e peraltro incinta di 8 mesi; l’ha contratto, pare, in un ristorante di Milano, nel senso: in un qualsiasi ristorante di Milano, città da cui scriviamo questo articolo.

CRISI RESPIRATORIA

Poi il 16 febbraio è passato in ospedale. Poi il 19 c’è tornato per una brutta crisi respiratoria. Poi è scattata la quarantena per amici e conoscenti, e poi l’inferno della «normalissima» proliferazione. Positivi al virus sarebbero anche tre 3 clienti anziani di un bar di Codogno e il figlio del titolare dell’esercizio, che aveva giocato a calcetto anche lui. Positivi anche cinque operatori sanitari del nosocomio di Codogno e tre pazienti: tutti al Sacco di Milano. Anche il paziente zero, ossia l’uomo rientrato dalla Cina che potrebbe essere il portatore del coronavirus nel lodigiano, è ricoverato al Sacco di Milano, che è semplicemente il più attrezzato in circolazione. Intanto chiudono le scuole di Piacenza e gli uffici comunali e i bar di un’altra decina di comuni, hanno rinviato persino decine di partite di calcetto. La Regione dice: restate a casa. Ma è dove la maggioranza è sempre stata. Poi però, come la gente normale, uscirà per andare a lavorare.

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