Giuseppe Conte che figuraccia, ha sottovalutato il morbo e se la prende con gli amministratori

L’unità nazionale invocata da Giuseppe Conte nel momento del pericolo è un ideale molto bello. Affinché sia credibile e non appaia come una mossa paracula, però, servirebbe pure qualcos’altro. Il riconoscimento degli errori commessi, innanzitutto ) Quindi la disponibilità ad ascoltare, da ora in poi, i migliori consigli dell’opposizione e dei governatori di centrodestra. Infine,l’intelligenza di accantonare i provvedimenti inutili e divisivi per concentrarsi su quelli necessari ad affrontare l’epidemia: protocolli severi per fermare il contagio, ma anche un piano di aiuti per le imprese e i professionisti, che altrimenti pagheranno a carissimo prezzo la gelata economica prodotta dal virus.

Nulla di tutto ciò si è visto a palazzo Chigi. Si assiste, anzi, all’esatto contrario: un continuo tentativo di scaricare tutte le responsabilità sulle regioni a guida leghista e una grande smania di portare avanti pessime leggi che nulla hanno a che fare con l’emergenza sanitaria, come il decreto sulle intercettazioni votato ieri alla Camera anche grazie all’opposizione, che in segno di buona volontà ha rinunciato all’ostruzionismo.

BLOCCO SCIAGURATO Eppure gli errori dell’esecutivo sono stati clamorosi. Il primo è il blocco dei voli diretti tral’Italiaela Cina deciso a fine gennaio, che ha costretto chi viaggiava verso l’Italia a compiere una tappa intermedia. Così, se prima rintracciare i possibili contagiati era relativamente semplice, in questo modo, mischiati ad altri individui imbarcati a Dubai, Istanbul o Mosca, è stato impossibile identificarli. L’unico rimedio, a quel punto, sarebbe stato fermare e controllare tutti i cinesi provenienti da qualunque scalo.

Ma questo sistema non avrebbe coperto gli italiani di ritorno dalla Cina che avevano adottato lo stesso espediente, e comunque sarebbe stato inattuabile per un governo che si rifiuta di adottare la «profilazione razziale» negli aeroporti. Temere più le accuse di razzismo che la diffusione del virus è stata la madre di tutte le fesserie. Il 4 febbraio, ai governatori leghisti e al virologo Roberto Burioni che chiedevano di tenere a casa per due settimane gli studenti appena tornati dalla Cina, il viceministro Anna Ascani, esponente del Pd, rispondeva che il loro era «allarmismo che fa male alla scuola e alle famiglie, generando preoccupazione inutile e dannosa». Tre giorni dopo la grillina Lucia Azzolina,ministro dell’Istruzione, proclamava che «creare allarmismi non serve, ora la situazione è completamente sotto controllo».

Oggi tutte le scuole di quelle regioni sono chiuse, e dalla Azzolina e dalla Ascani non è giunta nemmeno una flebile ammissione di colpa. L’unico sbaglio riconosciuto da Conte è stata l’imposizione dell’esame del tampone ai ricoverati: domenica se ne vantava dicendo che «siamo il Paese in Europa che ha deciso controlli più accurati sin dall’inizio», ieri ha detto di avere «esagerato» e che dunque, da ora in poi, la prova del tampone sarà fatta «solo in casi circostanziati». Poche idee, ma confuse. Il criterio giusto per affrontare simili emergenze esiste, ed è proprio quello che gli avevano consigliato i governatori della Lega e Burioni.

Si chiama «principio di precauzione»: ogni volta in cui non si hanno dati sicuri riguardo a un possibile pericolo per l’uomo o per l’ambiente, si adotta la massima prudenza possibile. La sinistra e i Cinque Stelle lo difendono quando fa comodo a loro: è il motivo per cui in Italia, a differenza che altrove, non si possono coltivare Ogm in campo aperto, nemmeno a scopo sperimentale e nonostante ci sia il parere favorevole della comunità scientifica. Se c’era un’occasione in cui tale principio doveva essere applicato era proprio il contrasto al nuovo virus,imponendo la quarantena obbligatoria a chiunque tornasse dalla Cina e adottando altre decisioni scomode.

TREGUA INACCETTABILE Conte ha scelto invece di esagerare dal lato sbagliato, quello del lassismo. E quando la sua strategia si è rivelata disastrosa ha provato a usare come capro espiatorio la Lombardia, accusando l’ospedale di Codogno di non avere adottato le regole giuste. «Purtroppo abbiamo seguito i protocolli del governo», gli ha risposto il governatore Attilio Fontana, che ieri, incavolato nero, ha abbandonato la videoconferenza con il premier. È dovuto intervenire Sergio Mattarella. Il capo dello Stato ha telefonato a Fontana e sentito le sue ragioni, invitandolo a portare pazienza e ricomporre lo scontro. Alla fine il presidente del Consiglio ha corretto le proprie parole, ristabilendo una parvenza d’ordine. Meglio così, però la sostanza non cambia. Su simili basi, la tregua che Conte offre al centro destra è inaccettabile. Quella che lui e i ministri spacciano per responsabilità è solo la voglia di far pagare ad altri le proprie colpe e di approfittare dell’emergenza per incollarsi meglio alle poltrone

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