“La scelta di essere una escort non l’ho fatta io, mi è stata proposta su un piatto d’argento dalla società, perché mi tiene fuori da qualsiasi opportunità lavorativa”. A parlare è Alessia, trangender di origine pugliese di 40 anni ed escort di professione.

Ha raccontato la sua storia, tutt’altro che facile, fatta di dolore e discriminazione, anche e soprattutto nel trovare il lavoro giusto, nonostante una laurea in Scienze sociali. Il che l’ha spinta a pensare al suicidio assistito “per mettere fino a questo rogo”.

“Ho 40 anni, sono una escort, vivo di questo anche se vorrei fare altro, perché ho delle competenze che però non mi sono riconosciute da una società ricca di pregiudizio nei confronti di una ragazza transessuale – spiega Alessia -. Io sono laureata in Scienze sociali e quello che immaginavo è sempre stato essere la donna che sono oggi ma con un uomo accanto,

con dei figli e con un lavoro. Il mio sogno però era quello di lavorare in altri ambiti, ma appena mi sono riapprorpiata di quel corpo che Madre Natura non mi ha regalato, ho cominciato a trovare ostacoli. Ho perso le amicizie, non ho avuto la mia famiglia accanto come avrei dovuto averla e ho avuto difficoltà a trovare lavoro, sempre discriminata”.

Alessia racconta di un episodio in particolare: “Fui chiamata per un colloquio di lavoro e io spontaneamente volli precisare di essere transgender. L’altra persona mi rispose dicendo che non stavano cercando personale appartenente alle categorie protette. Mi sentii dire che ero diversamente donna. Purtroppo non vedono una Alessia donna ma una Alessia pazza che ha stravolto la sua identità per capriccio. La transessualità non è un lavoro, è la mia pelle”. Poi, alcuni uomini hanno cominciato a chiederle sesso in cambio di soldi ed è cambiato tutto.

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“Dentro di me è scattato questo meccanismo, mi ripetevo che potevo e posso fare questo. Dunque lo faccio perché non posso vivere senza soldi. È come sei io da donna transgender indossassi l’abito della prostituzione”, ha concluso Alessia che ha aggiunto: “Io mi reputo una donna affranta, spenta proprio perché ho conosciuto un mondo che mi ha disincantata da tutto. Non provare emozioni, sensazioni, piaceri. Io penso che il tipo di vita che conduco possa paragonarlo a una morte lenta e dolorosa. Perché, allora, non optare per il suicidio assistito? Finire tutto con la consapevolezza di riprendermi la mia dignità. Morire perché sono esausta. Essere sempre additata come bambola del sesso, come donna che vuole vendere sesso e mai come essere umano, che senso ha?”.

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