Il commissario più amato del piccolo schermo è tornato. Dopo lo straordinario successo del primo episodio Salvo amato, Livia mia, andato in onda lunedì scorso su Raiuno, è la volta del secondo, La rete di protezione, in programma su Raiuno lunedì 16 marzo in prima serata. Due film Tv attesissimi, segnati dalle dolorose scomparse di tre pilastri di questa fiction campione d’ascolti: Andrea Camilleri, papà letterario di Montalbano, Alberto Sironi, storico regista della serie e Luca Ricceri, scenografo. “Tre grandi professionisti che si sono goduti la vita fino all’ultimo. Vanno celebrati e ricordati con gioia. Occorre fare festa per loro: ovunque siano, sono certo, parteciperanno a questi festeggiamenti a loro dedicati con un buon bicchiere di vino rosso”, racconta Luca Zingaretti che dal 1999 veste i panni del poliziotto siciliano.

Trasmesso in più di sessantacinque Paesi del mondo II commissario Montalbano è e resta la serie dei record. Un unicum nel panorama televisivo nostrano, un prodotto di altissima qualità e fortemente innovativo, ispirato ai racconti di una delle migliori penne italiane. Zingaretti, che stavolta ha firmato anche la regia, ha fatto il punto sul passato, presente e futuro della serie durante la presentazione alla stampa dei nuovi episodi.

Luca, che effetto ti ha fatto doverti cimentare anche con la regia? «È stato bello, ma al tempo stesso doloroso. Non c’è stato un giorno durante le riprese in cui non mi sia chiesto che cosa avrebbero pensato Andrea (Camilleri, ndr) e Alberto (Sironi, ndr) delle mie scelte. Ovviamente non ho fatto la mia regia, ma ho doverosamente rispettato la formula usata fino ad allora. Di mio, forse, c’è una malinconica dolcezza».

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Come hai vissuto questa importante responsabilità? «E stata un’impresa ciclopica e faticosissima, ma non mi sono mai sentito stanco, né solo. Ho detto subito a tutta la grande squadra di lavoro: “Ragazzi, se non mi aiutate, non ce la faccio!”. E tutti insieme ci siamo impegnati per portare a casa un ottimo prodotto. Mi piace pensare con tenerezza che Sironi mi abbia passato il testimone, un po’ come si fa quando si affronta con degli amici un lungo viaggio in macchina e ci si dà il cambio alla guida. Sono convinto che gli sarebbero piaciute queste due puntate, perché vi avrebbe rintracciato il suo spirito e quello di tutta la nostra grande famiglia».

Che ricordi conservi dello storico regista del commissario Montalbano? «Era un gran “casinaro”! L’unico regista che dopo aver gridato “motore” invece di intimare il silenzio, si metteva a raccontare barzellette. Era un uomo buono, incapace di provare rancore. Aveva anche tanti difetti, come tutti. Era un “capoccione”, ogni tanto mi faceva pure arrabbiare. È merito suo, però, se tutti noi abbiamo vissuto questa meravigliosa cavalcata lunga ventuno anni. Anche Luciano (Ricceri, ndr), purtroppo, non c’è più. Fu lui a imporre di girare la serie in quei luoghi, è grazie a lui se Vigata, da cittadina immaginaria, è ormai un luogo dell’anima per tutti, capace di trasmettere serenità, dolcezza e anche un pizzico di malinconia».

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