Luca Argentero con il coma ho perso 12 anni di memoria

A qualcuno di questi tempi piacerebbe, alzarsi domani mattina e non ricordare più niente dell’ansia di questi giorni: cancellati, rimossi, come se non ci fossero mai stati. Ma svegliarsi un giorno e non ritrovare più gli ultimi 12 anni della nostra vita è tutta un’altra storia: la moglie? I figli? Il lavoro? Chi sono, dove sono finiti, chi è quella gente mai vista che vive in casa nostra e ci guarda come se fossimo alieni? Tutto questo è successo a Pierdante Piccioni, medico, primario dell’ospedale di Lodi, un passato al Pronto soccorso di Codogno (vi dice niente, questo nome?): il 31 maggio 2013 si schianta in macchina lungo la tangenziale di Pavia e cade in coma.

Quando si sveglia in ospedale, non molte ore dopo, crede che sia il 25 ottobre 2001, il giorno in cui suo figlio Tommaso compie 8 anni. In realtà ovviamente, non è così: suo figlio ha 20 anni. Ma Piccioni non ricorda più nulla di cosa c’è stato dopo il 2001: non ricorda che la lira è stata sostituita dall’euro, non ricorda che i suoi figli sono cresciuti, non ricorda che cosa aveva studiato per arrivare a essere lo stimato primario che era, almeno fino al giorno prima. Così, poco a poco, cerca di ricostruirsi. Prende la decisione di tornare sui libri, perché non vuole rassegnarsi al fatto che la sua carriera sia stata cancellata con un colpo di spugna. Nessuno lo appoggia, ma studia dannatamente, al punto da laurearsi di nuovo e da conquistare, di nuovo, un posto da primario. Ma è un primario sui generis: perché, a differenza della maggioranza dei colleghi, lui è stato dall’altra parte della barricata, si è ritrovato nei panni di paziente. E ha scoperto sulla propria pelle che cosa significhi non essere ascoltato, o ascoltato distrattamente, o trattato con superiorità o con distacco. Un’esperienza drammatica e deprimente che, però, ha un lato positivo: lo trasforma nel “Dottor Empatia”, un medico attento a chi ha di fronte, capace di capire i suoi problemi, di sentire l’ansia e l’angoscia che prova. Scrive tre libri su questa sua “nuova professione” e gli riescono così appassionanti da attrarre l’attenzione del cinema: oggi sono diventati una serie tv, Doc – Nelle tue mani, prodotta da Lux Vide con protagonista Luca Argentero, in onda in prima serata su Raiuno dal 26 marzo.

Domanda. Dottor Piccioni, che cosa l’ha spinta a scrivere? Risposta. «Ho iniziato farlo per puro egoismo: volevo solo trovare un modo per vincere i miei fantasmi. Ma poi ho scoperto che serviva anche agli altri: c’è stata una signora, una donna con un tumore al seno, che aveva il mio libro sul letto e un giorno mi chiede “Ma lei è lui? Sa, io lo so che le cose non stanno andando bene, ma il suo libro è un bell’aiuto: è terapeutico”. La aiutava perché è la storia di uno che non molla, una storia di riscatto o, come si dice oggi, di resilienza». D. Oggi cosa si sente: più medico o più scrittore? R. «Ah, questo è il problema peggiore, il mio conflitto d’interessi: ragiono prima da paziente. Ma tra non molto parecchi miei colleghi passeranno dalla mia parte: molti medici si ammaleranno per il coronavirus e cambieranno un po’. L’empatia è una grande medicina: tutti abbiamo i “neuroni specchio” che ci aiutano a metterci nei panni degli altri, a provare quello che provano loro, ma sta a noi tenerli in allenamento. Nel mio curriculum al 31 maggio 2013 ho scritto “Inizio del master in pazientologia”. In fondo, anche l’ironia è una buona medicina».

D. Cos’è che non vediamo, accecati dalla vita convulsa che facciamo, e che questa brutta esperienza (ma anche bellissima, alla fine) le ha fatto scoprire? R. «Il silenzio: non capiamo il valore, l’importanza del silenzio. L’anamnesi, la raccolta dei dati dal paziente, è una pratica che va svolta in silenzio, ascoltando – in silenzio, ovviamente – cosa ha da dirci quella persona. Il tempo di ascolto di un medico, però, è in media di un minuto. Per “razionalizzare”, cioè per risparmiare, a un certo punto avevano deciso di contingentare i tempi delle nostre prestazioni: ma i pazienti non sono tondini d’acciaio, non hanno tutti le stesse esigenze.

Ci affidiamo troppo alla tecnica a strumenti come Tac, ecografie, risonanze, che aumentano la nostra capacità di diagnosi: ma i loro risultati non possono sostituire il paziente. A volte credo ci sia bisogno di lanciare l’hastag #nonsonoilmioreferto». D. Lei sembra la persona più tranquilla di questo mondo, eppure lavora a Lodi, nel cuore dell’emergenza, a strettissimo contatto con malati e infezioni, ma sempre con il sorriso: non ha il terrore di ammalarsi per colpa di chi le sta accanto? R. «Oggi sono dirigente medico, il mio compito è svuotare gli ospedali dei pazienti più stabili, spostandoli dalla prima linea. Se ti proteggi non hai problemi.

E poi va considerato che la maggior parte delle persone che contraggono il virus, quelle senza sintomi, sono poco contagiose. Io non ho paura, sia perché dopo la mia disavventura sono davvero più sereno, sia perché so che c’è una risposta sanitaria quasi perfetta. Non sono angosciato: sono prudente, ma ottimista». D. Ma, a casa sua, ora che il peggio è passato, come la vivono? Lei è tornato quello di prima? R. «Beh, con i miei figli di tanto in tanto c’è qualche incidente di percorso, ma sono cose fisiologiche. Oggi, accettano il mio “handicap”, e cioè che ho 12 anni in meno (ride, ndr), e abbiamo raggiunto un equilibrio: loro si sono resi conto che non sono un supereroe, io che loro sono cresciuti non nel modo che prevedevo, che hanno fatto di testa loro. Però, appunto, abbiamo trovato degli equilibri nuovi: ci siamo accordati un’ottava sotto, ma non stoniamo».

D. Lodi, Codogno, zona rossa, coronavirus… siamo tutti spaesati, tra richiami alla responsabilità e informazioni contraddittorie, rischiamo di affogare nelle paranoie: lavarsi le mani in continuazione, chiuderci in casa, allontanare gli altri, evitare anche nonni e genitori anziani. Che cosa fare per non impazzire, per non pre- Pierdante Piccioni: «Ho un grande conflitto d’interessi: sono medico, ma ragiono prima da paziente. Il giorno dell’incidente che mi ha fatto cadere in coma ho Iniziato il mio master in “pazientologia”». cipitare in un medioevo mentale? R. «Ascoltare le indicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) e dei politici, ma solo di quelli che parlano dopo avere ascoltato agli scienziati.

E avere pazienza: ci baceremo di più dopo. Per adesso, meglio essere rispettosi, casa-lavoro e lavorocasa. Il bicchiere ci sembra sempre mezzo vuoto, il mezzo pieno ci sfugge? Ricordiamoci sempre che, otre a quello, c’è anche tutto quello che è rimasto nella bottiglia. E di solito è parecchio». D. Rispetto a qualche settimana fa, nei pronto soccorso, è cambiato l’atteggiamento dei medici e dei pazienti costretti a transitare in posti che tutti vorrebbero evitare? Che cosa fa lei, per vincere queste paure? R. «Racconto la mia storia, il mio “ce la si può fare”: è vero che è tutto cambiato, ultimamente, nei pronto soccorso ci sono colleghi che letteralmente si ammazzano di lavoro, era da decenni che non si vedevano tanti pazienti tutti insieme, ma siatene certi, ne usciremo. Paura? No, basta la prudenza: meglio reagire con la testa che con la pancia».

D. Si può trasmettere empatia se del medico si vedono solo gli occhi e tutto il resto è sepolto sotto tute in stile Chernobyl? R. «Quante cose possiamo dire con gli occhi? Gli occhi trasmettono speranza e la speranza è una medicina potentissima. Invece di dare la mano o toccare una spalla, si usa un’empatia visiva, verbale: alla fine, l’unico senso che dobbiamo “ovattare” è quello del tatto, non possiamo toccarci, abbracciarci, baciarci, ma possiamo scaldarci con le parole o uno sguardo vero e sincero. E, per chi ci crede, con la fede. Anche perché una cosa sola è certa: ne usciremo. Ricordate: la migliore medicina è la speranza, anche assieme all’ironia, alle buone letture e alle belle fiction. Magari con Luca Argentero…»

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