Sulle condizioni di Nicola Zingaretti c’è il massimo riserbo. La parola d’ordine nel Pd è che sta alla grande. Da qualche giorno, però, è sparito dai radar. Dopo la notizia della positività al coronavirus il segretario Dem ha fatto un paio di videomessaggi su Facebook in cui sembrava in buona salute. L’ultimo risale al 10 marzo.

Da allora solo foto, riprese esterne e messaggi scritti. L’ultimo, di ieri, per festeggiare l’apertura del Covid 2 Hospital al Columbus Gemelli di Roma. «Si rafforza la rete di assistenza nel Lazio e non ci fermeremo», si legge nel post del presidente della Regione. In realtà, l’unica cosa che in questi giorni se la passa sicuramente peggio di Zingaretti e proprio la sanità laziale. E non si tratta di un malessere improvviso. Se è vero che l’emergenza del coronavirus ha portato allo scoperto la fragilità del sistema sanitario regionale, di quello romano in particolare, i guai della macchina assistenziale sono cronici. E la cura Zingaretti, che governa dal 2013, non ha prodotto grandi risultati. Anzi.

Nell’ultimo decennio Nel Lazio sono spariti 3.600 posti letto. Mille di questi si sono volatilizzati proprio sotto la presidenza del segretario Dem. Dal 2013ad oggi sono infatti passati da 22.338 a 21.450. La diminuzione dell’accoglienza è andata di pari passi con la chiusura delle strutture. Nel 2012 la Regione aveva complessivamente 72 strutture di ricovero pubblico, nel 2017 sono diventate 56. Mentre i 46 ospedali a gestione diretta secondo gli ultimi dati disponibili del ministero della Salute sono passati a 33. A farne le spese, tra gli altri, i nosocomi di Roma Forlanini, Santa Maria della Pietà e San Giacomo, che hanno chiuso. Mentre il San Filippo Neri, il Sant’Eugenio e il San Camillo sono stati ridimensionati. Nella provincia di Roma, come ha denunciato ieri Maurizio Gasparri (FI), hanno invece sbarrato i portoni le strutture di Albano, Bracciano, Genzano, Palombara,Subiaco e Velletri.

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SANITÀ A DIETA La dieta ferrea imposta al servizio sanitario regionale ha permesso alla Regione di uscire dal commissariamento per deficit eccessivo dopo 11 anni. A fine gennaio la decisione della conferenza Stato-Regioni è stata celebrata con grande soddisfazione dalla giunta. «È una giornata storica», ha esclamato Zingaretti. Il prezzo da pagare, però, è stato alto. E non solo in termini fiscali (i cittadini del Lazio, grazie anche all’addizionale regionale Irpef che va dal 2,73 al 3,33%, sono i più tartassati d’Italia). C’è poco da festeggiare, ha tuonato Luisa Regimenti, medico legale, eurodeputato e responsabile della sanità del Lazio per la Lega, «i cittadini pagano ogni giorno sulla loro pelle, con lunghe liste d’attesa, pronto soccorso sovraffollati, posti letto che mancano nei reparti, personale medico e infermieristico trascurato, investimenti improduttivi». I brindisi del governo regionale non sono comunque durati a lungo. Giusto il tempo di un sorso e anche sul Lazio è piombata l’emergenza del morbo. Ad oggi i casi risultati positivi al Covid-19 sono in tutto 523, di cui 174 in isolamento domiciliare, 298 ricoverati (31 in terapia intensiva), 22 deceduti e 32 guariti.

GIUNTA NEL PANICO Numeri ancora non impressionanti, ma sufficienti a gettare nel panico Zingaretti, considerato che nel Lazio ci sono solo 590 posti letto di terapia intensiva disponibili a fronte di poco meno di 6 milioni di abitanti, praticamente un letto per ogni 10mila cittadini. Secondo l’assessore alla Sanità, Alessio D’Amato, non c’è nulla da temere, perché la giunta ha approntato un piano che prevede la creazione di 4 Covid Hospital che porterebbero i posti complessivi nella Regione ad un totale di 1.500 posti. Un obiettivo finale, forse neanche raggiungibile. Per ora i letti aggiuntivi si limitano a qualche decina. Anulla sono servite le richieste dell’opposizione di M5S e di moltissimi medici di riaprire il Forlanini.

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L’ospedeale romano a due passi dall’Istituto per le malattie infettive Spallanzani, per decenni eccellenza della sanità italiana, è stato chiuso da Zingaretti nel 2015 ed ora, sostiene l’assessore D’Amato, è in un tale stato di degrado che non avrebbe senso riaprirlo. Qualcuno, però, sospetta che il segretario Dem non voglia rinunciare al suo progetto: quello di trasformare il Forlanini in un quartiere generale di agenzie delle Nazioni Unite per il cibo e lo sviluppo agricolo. In altre parole, in una cittadella delle Ong. «Se non si interviene subito», commenta la Regimenti, «alla fine la Regione sarà costretta a precettare le strutture private, su cui già si appoggia moltissimo il servizio sanitario pubblico del Lazio».

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