Coronavirus, quarantena letale: Boom di violenze domestiche ma le donne non denunciano

In casa con l’aguzzino. Non è il titolo di un film ma la condizione in cui si trovano migliaia di donne che avrebbero fatto volentieri a meno della quarantena sotto lo stesso tetto del partner violento. È un dramma nel dramma, e da quando siamo nella trincea del Coronavirus, costretti dai decreti a non muovere un passo fuori dalla nostra abitazione, per tante donne, di qualunque età, ogni giorno rischia di diventare un incubo e la casa, il luogo dove la sicurezza dovrebbe essere massima, un campo di battaglia. Vessate perché il pasto non è cotto al punto giusto, perché le camicie non sono stirate, perché i figli disturbano o per le telefonate prolungate con le amiche.

Spesso scatta la lite e, a volte, pure le botte. Certo, non è che tutti i mariti siano improvvisamente così stronzi da menare le mogli,ma la piaga dei maltrattamenti domestici, purtroppo, esiste e da quando siamo in emergenza sanitaria è più difficile tenere a bada i comportamenti violenti. Con l’aggravante che le vittime hanno paura di denunciare e non possono neppure uscire di casa per cercare rifugio altrove: si rischia il contagio. I dati parlano chiaro: negli ultimi 15 giorni si sono dimezzate le chiamate al 1522, il centro antistalking attivato dalla presidenza del Consiglio e gestito da Telefono Rosa per offrire aiuto alle donne che subiscono abusi.

Calate del 50 per cento anche le denunce alle forze dell’ordine e non perché il partner sia diventato d’un colpo mansueto come un agnellino, ma perché il rischio di ritorsioni e punizioni ancora più forti, in caso di esposto, è un’eventualità che, in genere, la donna aggredita non vuole neanche prendere in considerazione. Per cui meglio tacere e sperare che finisca presto. L’ultimo caso ieri.«Mi ha picchiata e, se non fosse stato per mio cognato che abita alla porta accanto, sarei morta». Così una signora di Napoli ha scritto al suo avvocato,Carmen Posillipo, allegando le foto del volto tumefatto dai lividi. Il legale l’ha invitata a denunciare il marito manesco ma la donna,madre di tre bambini, ha risposto rassegnata: «Ma dove vado? Dove porto i miei figli ora?Metterei a repentaglio le loro vite. Vabbé… provo ad assecondarlo di più e taccio». L’avvocato è poi riuscita a convincerla a inoltrare denuncia, ma la percentuale di chi, invece, preferisce soffrire in silenzio fa spavento. Il governo, sollecitato da più parti, alla fine ha capito che, nella babele dei decreti restrittivi, si era dimenticato la voce “maltrattamenti domestici” e così fino almeno al 3 aprile ha deciso di potenziare la campagna #LiberaPuoi per chiamare il 1522 e chi non riesce a telefonare può scaricare la App e chiedere aiuto h24 alle operatrici dei centri dedicati. Oltre allo spot, con tanti personaggi dello spettacolo, il ministro delle Pari Opportunità Elena Bonetti ha stanziato dei fondi per le case -rifugio: ai 30 milioni di euro già previsti ne ha aggiunti altri 20, sperando che bastino.

MODULO IN FARMACIA In Lombardia, contro la violenza domestica, sono state mobilitate le farmacie. Grazie all’idea di Elisabetta Aldrovandi, avvocato e presidente dell’Osservatorio nazionale sostegno vittime di reato, è ora possibile attivare l’intervento delle forze dell’ordine compilando un modello prestampato, semplice, dove indicare poche generalità. La farmacia rientra tra gli spostamenti consentiti e il modulo verrebbe consegnato tempestivamente a polizia o carabinieri. «È un sistema semplice per salvare vite », ha spiegato il legale che ricorda come la normativa sul codice rosso, che prevede l’ascolto della vittima entro 72 ore dalla denuncia, «è in vigore anche con il Coronavirus». Dalla Lombardia l’iniziativa è estesa in tutta Italia e prende il nome di #Mascherina1522 sulla scorta di quanto è avvenuto in Spagna. Non è solo la staffetta democratica a volerlo,ma sono molte donne anche le più distanti dai partiti a pretenderlo , come Anna Bettz, impreditrice, che ha lanciato un appello ai colleghi per sostenere le rianimazioni per il virus. A Trento, infine, è un’apripista la decisione del procuratore Sandro Raimondi che stabilisce che non saranno più la donna e i figli a dovere lasciare la casa, ma verranno trasferiti i partner maltrattanti. Non solo per non esporre i più deboli al rischio di Covid, ma anche per non aggiungere altra violenza

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