La vita di Dalila Di Lazzaro è stata finora indubbiamente intensa: accanto a grandi successi e a incontri da favola, l’attrice ha vissuto ogni sfumatura della sofferenza.

Oggi i suoi dolori più lancinanti sono dovuti a un’invalidità permanente e al fatto di non avere una pensione adeguata con cui affrontare gli anni futuri, quelli della terza età. «Da 23 anni, a seguito di un incidente, convivo con il dolore cronico invalidante», confida a Gente la Di Lazzaro, 67 anni splendidamente portati.

«Per questo la mia carriera si è interrotta, non ho guadagnato né versato contributi all’Inps. Ho speso più di 750 mila euro per curarmi ma finora non ho trovato la soluzione al male che non mi abbandona mai.

Non avendo versato i contributi, niente pensione. Sto vivendo dei miei risparmi perché, da buona friulana, ho sempre messo via qualcosa, per fortuna. Penso al futuro, a quando avrò bisogno di una persona in casa che mi aiuti: come farò?». L’incidente di cui Dalila parla avvenne il 2 novembre 1997, sei anni dopo quello in cui perse la vita il suo unico figlio, Christian, a soli 21 anni. «Ero in moto con un amico », racconta l’attrice. «Prendemmo una buca profonda 35 centimetri.

Caddi sulla schiena. Al momento non avvertii nulla, poi invece iniziarono le vertigini e il vomito. Il dramma è che non fui curata subito come si deve. Quindi, da anni, soffro di un dolore neuropatico per la lesione di due vertebre». Quell’incidente cambiò la sua vita radicalmente. «Poco prima, mi avevano chiamata per girare un film a Los Angeles», dice. «E invece non c’è stato più cinema né altri ingaggi, solo una lunga trafila infinita da un medico all’altro per cercare una cura che non ho trovato. Vado avanti con la morfina.

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La gente mi vede bella, in gamba, ma non sa che spesso faccio fatica a fare due passi». Dalila Di Lazzaro, però, non è una persona che si piange addosso: anzi, la sua bellezza ancora intatta è il riflesso di una forza interiore che nemmeno il dolore fisico riesce a spezzare. «Siamo l’ultimo Paese in Europa per la cura del dolore cronico», dice l’attrice che ha trasformato i suoi drammi personali in battaglie civili. «Se avessi la forza scenderei in piazza a protestare per tutti gli italiani che, anche peggio di me, devono tirare avanti senza una pensione adeguata.

Se potessi, vorrei tanto fare due chiacchiere con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, l’unico politico che stimo». Oltre alla bellezza, della sua vita che precede quel dramma, rimangono tanti ricordi felici. «La tragedia vera, quella che mi ha spezzato in due, è stata la morte di mio figlio», confida Dalila. Quel momento ha tracciato definitivamente un “prima” e un “dopo”. «Avrei potuto davvero sfondare anche in America», dice. «Ma prima avevo un figlio cui badare qui in Italia e dopo non me la sono più sentita.

Anche ora, potrei trasferirmi in Francia, dove sarei assistita meglio, ma sono italiana e, malgrado tutto, adoro questo Paese». Della sua vita fulgente Dalila Di Lazzaro ricorda alcuni incontri con uomini straordinari. «Alain Delon era ed è un uomo bellissimo », dice, «ma molto tormentato. Avrei voluto scrollarlo, dirgli di farsi una risata e che il senso dell’umorismo mi ha salvata dal baratro tante volte». Anche con Jack Nicholson poteva essere amore, ma così non è stato. «Ci incontrammo a un concerto», racconta l’attrice, che negli anni ha anche scritto vari libri diventati best seller. «Restammo in contatto per un periodo.

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Avrei potuto raggiungerlo, ma io non sono fatta per il jet-set, i riflettori. Ero una persona semplice, sono rimasta tale». Semplice e di una forza straordinaria. «Oltre a badare a me stessa», spiega la Di Lazzaro, «devo occuparmi anche di mia sorella maggiore gravemente malata. Per fortuna, ho il sostegno di tante donne, le lettrici dei miei libri. Tanto che mi è venuta voglia di scriverne un altro, l’ultimo, lo sto maturando ». In casa, però, Dalila ha la compagnia del gatto Domenico e del chihuahua Pepè. «Con l’amore ho chiuso», confida. «Non potrei accettare che un altro si sobbarchi la mia situazione. E poi, l’uomo della vita l’ho già avuto. Era mio figlio»

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