Lo spettro silenzioso del Covid allunga ogni giorno di più la propria ombra sul campionato. Con aggiornamenti quotidiani su bolle e tamponi che hanno ormai soppiantato i bollettini medici riguardo contratture e stiramenti.

Un quadro da cui non è certo esente il Torino. Anzi. Nella serata di venerdì, ultimo capitolo della già lunga saga, il club granata ha reso nota la positività di tre elementi del gruppo squadra : un calciatore e due membri dello staff, sulle cui identità come di consueto (di consueto al Toro, perché quasi tutte le altre società ormai comunicano contagi e contagiati senza problemi) è stato mantenuto il riserbo. Una notizia per certi versi temuta, dopo l’escalation di casi nella Primavera delle ore precedenti: sono attualmente 7 i giovani di Cottafava positivi al Coronavirus, all’interno di un gruppo che nei giorni scorsi – tra allenamenti in cui dover sopperire alle tante assenze causate dalle convocazioni in Nazionale ed il test in famiglia di sabato al Filadelfia – aveva interagito a più riprese con il collettivo di Giampaolo.

E una notizia che, inevitabilmente, ha condizionato la vigilia della gara odierna col Cagliari, a sua volta alle prese con la positività di un elemento del gruppo squadra, ma non giocatore. E la condizionerà fino all’ultimo minuto, o quasi: ieri sera i granata si sono sottoposti all’ultimogiro di tamponi precedente la partita, ma gli esiti non arriveranno prima di questa mattina. A poche ore da un match che, in ogni caso, non risulta al momento in discussione. Secondo la versione in vigore del Protocollo federale, infatti, per il regolare svolgimento di una gara è sufficiente che le due squadre abbiano a disposizione 13 giocatori, tra cui almeno un portiere.

E soltanto in caso di almeno 10 positività riscontrate entro un massimo di 7 giorni consecutivi una società – come accaduto al Genoa proprio in vista dell’incrocio col Torino prima della sosta – ha facoltà di chiedere il rinvio una sola volta in tutto l’arco della stagione. La situazione attuale, in ogni caso, non risulta certo inedita per il Torino. Che ha visto pesantemente influenzato il pie-campionato, con la positività di due giocatori ai tamponi che hanno preceduto il raduno di agosto e di un membro dello staff al termine del solo allenamento collettivo svolto al Pozzo-Lamannora nel mini-ritiro biellese. Quindi anche le prime gare ufficiali, con un altro caso a sconvolgere la settimana che ha portato al match con l’Atalanta prima degli aggiornamenti sfociati nella stretta attualità.

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«Uno scenario destinato a determinare disparità sotto il profilotecnico – la riflessione di Giampaolo ieri durante la conferenza stampa della vigilia -. Alcuni club hanno già avuto contagi nel 90% della rosa, mentre noi per esempio soltanto in tregiocatori: a differenza del Genoa che ha patito i casi tutti in una volta, potenzialmente rimarremo sempre a rischio. Ma è un quadro al quale dobbiamo adeguarci se vogliamo che lo spettacolo vada avanti: la stagione praticamente deve ancora iniziare e sono convinto che si farà il possibile per portarla a termine, aggiornando di volta involta decreti e protocolli». Un’incognita in più con la quale convivere. Fino all’immediata vigilia di ogni partita, proprio come nel caso di oggi. Confidando che l’esito dei tamponinoli costringa all’ultimo minuto a rivoluzionare le scelte maturate nel corso della settimana.

Teneteli d’occhio, lo spettacolo è anche in panchina. Nell’osservazione di due modi di concepire il calcio che si sfiorano, si toccano, senza sovrapporsi. Marco Giampaolo e Eusebio Di Francesco sono due tra gli apostoli di una stessa filosofia, ma iscritti a correnti di pensiero differenti dentro la stessa scuola votata al bel gioco. Con quella proiezione e quell’ambizione di spingersi continuamente verso un calcio totale. Hanno un dogma, però, che li accompagna da una carriera: raggiungere il risultato divertendosi e divertendo.

E allora, ecco perché le premesse di questo Torino-Cagliari si possono raccontare anche inerpicandosi intorno a questa radice che non è solo fatta di schemi e tattica, ma di idee e conoscenze. È il loro calcio pensante: il manifesto spesso di un modo di essere e di vivere, che travalica agilmente il perimetro del calcio.

Sacchi e Zeman Sono due maestri riconosciuti. Nel senso più alto eletterale: quando si ha la fortuna di assistere ai loro allenamenti si ha come la sensazione di entrare nell’università del football. Non programmano, ma insegnano. Sono istruttori di un calcio che non improvvisa ma ragiona, che non si basa sull’istintività ma ha piattaforme didattiche razionali. Non è un caso se i loro percorsi stiano a rappresentare come con loro i più giovani crescono e i più esperti si perfezionano. Hanno

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l’attitudine a valorizzare il patrimonio tecnico che viene da sé. Si sono avvicinati in panchina attratti dai principi della scuola olandese: calcio totale, si diceva fino a poco tempo. Da subito hanno avuto modelli diversi e hanno frequentato correnti di pensiero alternative: Giampaolo marcatamente sacchiano, influenzato da Galeone; Di Francesco spudoratamente zemaniano di cui è considerato un amato discepolo. Abruzzesità Sono amici e si frequentano. Li unisce l’Abruzzo: Giampaolo è solo nato a Bellinzona, in Svizzera, ma fin da piccolissimo si è

trasferito a Giulianova; Pescara è la città di Di Francesco. Uomini di mare e che amano il mare, persone che parlano lo stesso linguaggio, nel calcio e nella vita. Hanno avuto esperienze nelle grandi del calcio italiano. È andata meglio a Di Francesco, che ha condotto la Roma alle storiche semifinali di Champions; l’esperienza al Milan ha lasciato l’amaro in bocca a Giampaolo. Escono da un’annata di rimpianti: Marco esonerato al Milan, Eusebio all’ex Sampdoria di Giampaolo. Maniacali Sono due perfezionisti, con sfumature che gli danno identità precise.

Partiamo dal modulo: il 4-3-1-2 è un mantra per Giampaolo, declinabile a seconda delle circostanze in 4- 4-2. Per Di Francesco il 4-3-3 è il punto di partenza, anche se a Roma e ora al Cagliari ha virato sul 4-2-3-1. Il primo è pignolo sulla ricerca della perfezione nella fase difensiva e nel palleggio avvolgente, con il trequartista nei panni dell’attore protagonista. Il secondo è ossessivo nei meccanismi della fase offensiva: lo fanno impazzire gli esterni di attacco con il piede invertito. Oggi hanno entrambi bisogno di fare punti: il Toro è a secco dopo due partite, il Cagliari ne ha preso uno solo dopo tre sfide. Chissà, magari preferiranno essere più concreti che belli. Ma non c’è da scommetterci.

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