Vittorio Sgarbi candida Morgan a sindaco di Milano

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In queste giornate malinconiche d’autunno, in cui torna la forte preoccupazione per la pandemia, ogni tanto emergono degli spunti di buon umore. Uno di questi ce lo ha offerto Vittorio Sgarbi, che in un’intervista radiofonica non solo ha annunciato la sua candidatura a sindaco di Roma alle elezioni previste per la primavera del 2021, ma ne ha anche proposta un’altra per l’altra capitale, quella morale, Milano.

E il nome che ne ha fatto è, udite udite, Morgan, al secolo Marco Castoldi, il musicista di cui nessuno o quasi ricorda le canzoni, ma di cui tutti conoscono gli amori tormentati, le donne da cui ha avuto figli (Asia Argento, Jessica Mazzoli, Alessandra Cataldo) e le sue ormai conclamate difficoltà economiche, che hanno portato al pignoramento della casa e alle furiose polemiche che ne sono seguite.

Per Sgarbi la politica non è certo una novità: è tuttora deputato, è stato già assessore in varie realtà e sindaco di San Severino Marche, Salemi e oggi di Sutri, in Lazio (cosa che porrebbe qualche problema nel caso si candidasse davvero a Roma). Ma lasciamo stare, almeno lui un piccolo background, un po’ di esperienza ce l’ha. Per Morgan invece niente di niente. Anche se dalla sua ha la presenza scenica, la popolarità, e l’indubbia capacità di fare parlare di sé, bene o più spesso male.

Sgarbi ha anche riferito di avergli in realtà offerto prima la poltrona di sindaco di Napoli, in quanto lo vedeva più adatto (chissà perché), ma Morgan ha preferito Milano, dove è nato. Già, infatti ora la notizia non è più la candidatura offerta da Sgarbi, ma il fatto che il cantante l’abbia accettata.

E, in un’intervista radiofonica, ha anche abbozzato un programma: «Eviterei di distruggere gli apparati della cultura riducendoli in ginocchio: i luoghi della cultura, dal teatro al cinema non possono avere le difficoltà che stanno avendo. E non è solo un problema di Covid, in Italia si andava già in quella direzione.

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Dobbiamo valorizzare tutta l’arte che abbiamo». E aggiunge: «Vorrei “ripristinare” i Navigli, ricostruendo la vivibilità che ora, in molti punti, non hanno. Vorrei una Milano più bucolica». E ha già pronto pure lo slogan: «“Vota Morgan, ribellirai e ribelliremo”. Diventare di nuovo belli nelle ribellione, insomma». Nella sua giunta invece vorrebbe persone come Eugenio Finardi o il sociologo Francesco Alberoni, che però ha 90 anni. Qualcuno, un po’ malignamente, si chiede se avrebbe un posto anche per Bugo, il collega mandato platealmente a quel paese sul palco dello scorso Sanremo, in una scena diventata storica. Ma probabilmente l’amico/nemico finirebbe per fare il capo dell’opposizione. Altri invece si domandano che garanzie potrebbe dare Morgan sulla tenuta dei bilanci pubblici della metropoli, visto che con i suoi privati non si è mostrato abilissimo.

Dubbi che non conosceranno risposta perché ci sembra improbabile che gli elettori milanesi lo scelgano alla loro guida. E lo stesso vale per Sgarbi, che comunque, come si diceva, ha qualche freccia in più al suo arco, e magari un bel “capre, capre capre” ben indirizzato a un impiegato comunale sfaticato o a un’autista assenteista dell’Atac potrebbe ben lanciarlo. Abbiamo un po’ scherzato sull’argomento, che però è più serio di quel che sembra. Ormai l’antipolitica, l’idea che chiunque, ma proprio chiunque, possa gestire la cosa pubblica meglio dei “professionisti” o delle persone che a questo fine si preparano per una vita, è talmente diffusa che l’annuncio di Sgarbi, e l’accettazione di Morgan, non stupiscono in fondo più nessuno. E peraltro non è che siano meno improbabili loro due di alcuni dei ministri che vediamo ogni giorno inTv, saliti al potere proprio sfruttando l’onda del disprezzo verso i politici.

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Anzi, almeno Morgan e Sgarbi nel loro lavoro hanno costruito qualcosa, anzi molto, mentre tanti di quegli altri non hanno mai combinato nulla di buono. Inutile fare nomi, li sappiamo tutti. Eppure, proprio in questi giorni, a ricordarci cos’è la vera politica, è arrivato un esempio opposto: quello di Iole Santelli, presidente della Regione Calabria, che è morta, per così dire “sul campo”, a soli 52 anni. Si era candidata già malata di un gravissimo tumore, che le avrebbe dato pochi anni di vita, ma ha voluto comunque spendere il poco tempo che le rimaneva al servizio della sua terra, e dei suoi ideali. Dovremmo ricordare più spesso cos’è davvero la politica, la buona politica.

Non è certo solo corruzione, come qualcuno pensa, oppure “sangue e merda”, come diceva l’ex ministro Rino Formica. E neppure solo desiderio di potere, che di per sé non è nemmeno una cosa negativa. La politica, quella virtuosa, è fatta di ambizione, certo, ma anche di passione, di notti insonni, e conosce il tormento della decisione, l’angoscia della responsabilità. Il disprezzo della politica, così diffuso in questi anni, ha portato inevitabilmente alla nascita di una classe politica da disprezzare, e lo constatiamo spesso. Ma non vale per tutti: c’è chi, come dimostra la storia della Santelli, per i suoi ideali è disposto a mettere in gioco l’ultimo spicchio di vita che gli rimane. E ci saranno anche tanti altri come lei, sparsi in tutte le forze politiche, pronti a sacrificare se stessi per il bene comune, spinti dal senso del dovere e perfettamente consapevoli della difficoltà del loro ruolo.Abbiamo bisogno di loro per ripartire, non di cantanti in cerca di un nuovo palcoscenico.

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