Christian De Sica, il comico romano torna al cinema con un nuovo film e intanto fa un bilancio sulla sua vita e sui suoi maestri

I cinepanettoni sono notoriamente un momento di svago in cui si cerca di non pensare ai problemi dell’anno appena trascorso. Il Natale può essere un momento difficile, il capodanno si avvicina, e mentre tutti festeggiano, qualcuno potrebbe non essere altrettanto allegro per mille motivi.

Anche a questo servono i cinepanettoni e, lo diciamo spassionatamente, per fortuna che ci sia anche questo genere di film perché altrimenti andremmo al cinema solo per guardare film drammatici con malati o disastri che non ci distrarrebbero dalle difficoltà della vita, anzi. Purtroppo ultimamente anche chi fa commedie ci inserisce un qualche elemento drammatico “per far riflettere” anche se in realtà andando al cinema a vedere una commedia, lo spettatore vorrebbe fare l’opposto.

Quest’anno, poi, ne abbiamo decisamente bisogno dopo un’annata vissuta drammaticamente per via del Covid19 che ha monopolizzato l’attenzione, ha portato morte e disperazione anche in chi non ha avuto un contatto diretto con il virus ma ha dovuto vivere la difficoltà del lockdown. Insomma, dobbiamo svagarci, ridere, rilassarci, anche se solo per un paio d’ore, il tempo di un cinepanettone.

Quest’anno si riforma il trio d’oro del genere, con Massimo Boldi e Christian De Sica protagonisti e Neri Parenti come regista e il film si chiamerà “Un Natale su Marte”: «sarà come un fantasy: il film è ambientato su Marte, anno 2050, perché la Terra non era più in grado di contenere la popolazione e quindi ci si sposta sul pianeta rosso. – ha spiegato Boldi al Festival della Commedia Italiana – Sarò il figlio di Christian De Sica, ma non sarò sottoposto ad alcun trucco in grado di ringiovanirmi. Sarò io, ma anagraficamente sarò molto più giovane. Ovviamente non posso spiegare come questo possa essere possibile, lo si capirà soltanto guardando il film».

Con loro ci sarà anche Milena Vukotic. Le premesse per ridere ci sono tutte e speriamo di vederlo al cinema, visto che non sappiamo se saranno aperti. Speriamo, anche perché abbiamo bisogno di ridere e serve chi sa farlo perché ridere è molto più difficile che far commuovere. Per empatia, basta un personaggio che prima sorride e sembra felice e poi si ammala o viene ucciso che subito fa scattare la lacrima, non è difficile, mentre stimolare una risata è molto più complesso.

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In questo Christian De Sica è un esperto per esperienza diretta e per gli insegnamenti dei suoi maestri, da suo padre Vittorio al grandissimo Alberto Sordi: «mio padre diceva: “Io quando ho fatto ‘Ladri di biciclette’ (film con cui Vittorio vinse il Premio Oscar, ndr) l’ho fatto con la mano sinistra. Quello che faccio con grande difficoltà è il maresciallo dei Carabinieri di ‘Pane, amore e fantasia’ che invece non è riconosciuto dai teorici, ma solo dal pubblico”. Si sa che far ridere è più difficile che far piangere», ha rivelato Christian all’“Huffington Post”. Peccato che questa difficoltà non venga riconosciuta dalla critica: sembra che se un film non abbia una storia drammatica, malinconica o nostalgica al suo interno, non sia un film “di spessore”.

Per fare un esempio, “Cado dalle nubi” o “Quo vado?” di Checco Zalone sono film puramente comici e satirici dove non ci sono elementi drammatici al suo interno eppure sono più taglienti di tante altre opere considerate dei “filmoni”. Non solo, guardiamo i film di Totò del passato e vediamo com’era l’Italia di quegli anni, anche più di altri film del tempo che magari vinsero molti premi ma che oggi sono quasi dimenticati. È ciò che è accaduto anche ai cinepanettoni: «hanno descritto l’Italia di oggi molto meglio di altri film autoriali che nessuno ha visto. – ha ammesso Christian al “Corriere della sera” – Il fatto è che nel nostro Paese il successo non ti viene perdonato: se non sei brutto, se hai una bella famiglia, e fai pure soldi al botteghino è troppo!

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E pensare che io non sono mai stato uno che se la tira. L’umiltà è l’insegnamento più importante avuto da mio padre, che ha vinto 4 Oscar, ma io ho vinto 32 Biglietti d’oro». Un padre importante e forse un po’ ingombrante per un ragazzo destinato a fare l’attore anche se, va detto, il giovane Christian era un po restio: «mi vergognavo a fare l’attore, con padre attore e grande regista, e madre attrice (Maria Mercader, ndr). Mi sentivo un cane, non volevo fare brutte figure e, siccome avevo una fidanzatina venezuelana, me ne andai dall’altra parte del mondo: conoscevo lo spagnolo grazie a mamma e volevo provare a cimentarmi nelle prime esperienze artistiche lontano da casa per non dover subire ingombranti paragoni».

A Caracas iniziò a lavorare come cameriere e nel tempo libero si esibiva in qualche locale finché il produttore Renny Ottolina lo prese a simpatia e gli offrì un contratto da attore cantante. Durò per qualche tempo, poi tornò in Italia per iscriversi all’Università perché il padre voleva che si laureasse, ma pur studiando di giorno (diede solo 7 esami alla facoltà di Lettere) si esibiva la sera di nascosto in qualche locale cercando di sfruttare i consigli che riceveva dagli altri attori amici del padre.

Tra questi c’era proprio Sordi: «mi raccomandò di non ascoltare nessuno e di fare sempre di testa mia. E di abbracciare e baciare tutti, anche quelli che mi avevano fatto un dispetto. – ha raccontato alla vigilia del centenario della nascita dell’attore romano – Mi spiegava: “non si ride con San Francesco ma con Satana”». Ecco perché Christian in tutti i suoi film ha sempre interpretato personaggi sopra le righe.

Oggi, a 69 anni, De Sica è un grandissimo del cinema italiano, ma ha dovuto lottare a lungo per superare il pregiudizio di “figlio di” anche se lui ammette di non averne mai fatto un dramma: «i primi anni, quando andavo in giro per produttori e registi con la voglia di imparare e fare, spesso dicevano “ancora che rompe i co**ioni er fijio de Vittorio De Sica?”, ma, dico la verità, io non ho mai sofferto di essere il figlio di mio padre». Il problema era più dei critici che del pubblico: i giovani lo hanno sempre adorato, sin dalle sue prime apparizioni al cinema in ruoli di maggior spessore, come in “Mi faccio la barca”, “Borotalco” o il mitico “Vacanze di Natale”, il primo dei cinepanettoni.

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Erano altri tempi comunque, anche se per certi versi la situazione non è cambiata. Oggi anche grazie alle trasmissioni tv di comicità o ai social, c’è una maggiore competizione, e questo non significa che è più difficile emergere. Anche se alla fine ciò che conta è sempre il talento e per un Checco Zalone che si fa notare a “Zelig” ce ne sono mille fra Youtube, “Colorado”, “Made in sud” e lo stesso “Zelig” il cui massimo risultato è esibirsi in qualche evento locale. Spesso, però, il problema non è neanche di questi artisti, quanto della meritocrazia che non è diffusa: «viviamo in un Paese in cui la meritocrazia non c’è, ma non credo che sia solo un fenomeno italiano, ma del mondo.

In generale dico che devi avere delle doti, ma anche la fortuna. Una cosa importante è il saper prendere il treno giusto. A volte quel treno non lo riconosci e ti freghi», riflette De Sica secondo cui però a volte il problema sono anche i raccomandati: «ci sono. Spesso mi capita di lavorare con attori cani perché raccomandati e te li devi sorbire. Alla fine possono durare una, due, tre stagioni, ma alla lunga non ce la fanno. Tu puoi essere anche il figlio di un potente, ma se non vali niente la gente non viene a vederti al cinema». E i film di Christian vengono visti dagli anni ‘80…

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