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Oggi alle 14 il Collegio di Garanzia del Coni avrà il potere di confermare o ribaltare la sentenza di Piero Sandulli, presidente della Corte d’Appello Federale della Figc. Sembra un reality, non lo è: perché il Napoli gioca serissimo la sua partita presso la “Cassazione dello Sport” dove ha presentato il ricorso contro il 3-0 a tavolino e il punto di penalizzazione inflitto dalla giustizia della Federcalcio.

Come può andare a finire? In teoria il Collegio non può entrare nel merito della vicenda e si presenta difficile trovare un difetto formale nella sentenza di Sandulli, molto severa nei toni, ma certamente non poco argomentata. Tuttavia, da giorni si respira un’aria da tripla rispetto all’udienza di oggi, che vedrà il Collegio a sezioni unite e presieduto da Franco Frattini. Il Napoli, infatti, ha concrete speranze di ottenere qualcosa: almeno il punto di penalità, ma non è da escludere la disputa della partita.

La vicenda è nota: il 4 ottobre il Napoli non si è presentato a Torino per la partita con la Juventus fissata da calendario, giustificando l’assenza con un documento della Asl di Napoli che vieteva la trasferta in seguito alla positività di due elementi della squadra (Elmas e Zielinski). Il documento, però, è di domenica 4 ottobre alle 14.13, mentre ci sono altre due comunicazioni, risalenti al sabato, nelle quali le Asl interpellate non si esprimono in modo perentorio e, anzi, ricordano al Napoli l’esistenza del Protocollo Figc-Governo per la dsputa del campionato in tempi di Covid.

Proprio il protocollo che il Napoli non ha applicato, chiedendo subito lumi alla Asl e – secondo Sandulli – inducendo la Asl a produrre il documento di domenica. Insomma: il Napoli sostiene di avere una «causa di forza maggiore», la Figc invece sostiene che la banale applicazione del protocollo avrebbe garantito al club di De Laurentiis la possibilità di disputare regolarmente la partita, come peraltro hanno fatto tutte le altre squadre di Serie A nell’identica situazione nella quale si sono trovati gli azzurri.

Effettivamente è lunga la lista dei precedenti sfavorevoli al Napoli, ovvero dei casi in cui il protocollo è stato applicato regolarmente o i casi in cui, la mancata disputa della partita per l’assenza di una delle due squadre causa Covid ha provocato la sconfitta a tavolino (anche a livello internazionale, vedi il caso Romania-Norvegia). Clamorosamente simile, inoltre, è stato il caso di Udinese-Parma, con gli emiliani (5 positivi, diventati poi 6) fermati dalla locale Asl nel momento di partire per Udine. L’intervento della Lega e, a catena, della Figc e del Ministero della Salute ha sbloccato la situazione, consentendo al Parma di viaggiare verso il Friuli, grazie al Protocollo.

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E in ballo, oggi al Collegio, c’è proprio il Protocollo che in caso di ribaltamento della sentenza accuserebbe, insieme a Lega e Figc un colpo pericoloso per la continuazione del campionato. Tutta la stagione, infatti, vive di incastri al millimetro e il calendario è così fitto che se Frattini disponesse la disputa di Juventus-Napoli, la prima data utile sarebbe a maggio (!). Questo almeno fino a che le due contendenti non uscissero dalla Coppa Italia o dalle rispettive competizioni europee.

Un bel problema, che difficilmente verrebbe risolto nell’immediato e porrebbe anche il problema tecnico della disputa di Napoli-Juventus (prevista il 13 febbraio) prima di Juventus-Napoli invertendo l’ordine del calendario. Tant’è che non è detto che una soluzione potrebbe essre disputare Juventus-Napoli il 13 novembre e poi, nella prima data che si libera, Napoli-Juventus. Dettagli, ma importanti. Come il caso Rabiot che ha scontato la sua squalifica proprio nella partita virtuale contro il Napoli (il 3-0 vale come turno effettivo), ma in caso di ribaltamento della sentenza tornerebbe a essere squalificato. Dalla mezzanotte, però: il che significa via libera contro la Fiorentina e stop con l’Udinese il 3 gennaio. Ma il punto di oggi, ovviamente, non è questo.

Nella buona e nella cattiva sorte: così si è sviluppato il rapporto tra Andrea Pirlo e Cesare Prandelli in maglia azzurra. Il tecnico della Fiorentina ha preso in mano l’Italia nel 2010 dopo il fallimentare Lippi bis, quello della Juventus era ancora il centrocampista di riferimento. Insieme hanno scritto a Kiev la più bella pagina post-Berlino 2006, con il secondo posto a Euro 2012.

E insieme avevano scritto una delle pagine più buie, l’eliminazione nella fase a gironi al Mondiale 2014 in Brasile (quello delle dimissioni di Prandelli da ct), superata solo dalla mancata qualificazione per Russia 2018 sotto la gestione di Gian Piero Ventura. «Prandelli è un bravo allenatore – sottolinea convinto Pirlo -, ho avuto la fortuna di lavorare con lui in Nazionale. È bresciano come me, lo conosco molto bene, è una persona di cuore e mi fa molto piacere che sia tornato in Serie A: sono contento di rivederlo. Ho vissuto tanti bei momenti con lui. Abbiamo fatto un grandissimo Europeo, perdendo la finale contro la Spagna. Poi un Mondiale e una Confederation. Si merita qualcosa di più sul campo in questo momento».

Prandelli ha sostituito Giuseppe Iachini sulla panchina viola il 9 novembre: sei partite e, finora, non è andata benissimo, con tre pareggi e altrettante sconfitte. Ma Pirlo ovviamente non si fida e indica i giocatori da tenere sotto controllo: «La Fiorentina è una buona squadra perché ha ottime individualità. È in un momento un po’ difficile, verrà qui per fare la sua partita, difendendosi e cercando di ripartire: Vlahovic è molto forte fisicamente, mentre Ribéry ha gran classe. Dovremo stare attenti a loro due perché è l’ultima partita del 2020 e dovremo chiudere l’anno nel migliore dei modi».

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Un’avversaria, a grandi linee, simile al Parma affrontato sabato sera, che aveva impostato il match su un atteggiamento guardingo in difesa da unire al contropiede in velocità. Una tattica subito franata di fronte alla ferocia tattica e agonistica dei bianconeri. Pirlo spiega quale sia stata la scintilla psicologica per la grande prestazione al Tardini: «È stata decisiva la testa. Eravamo arrabbiati per non aver ottenuto i tre punti contro l’Atalanta, quindi sapevamo che dovevamo vincere. Abbiamo disputato un’ottima gara, con un grande spirito e con la voglia di imporre il nostro gioco dal primo all’ultimo minuto. Questa deve essere sempre la nostra forza durante tutte le partite.

È la stessa determinazione che abbiamo avuto nel secondo tempo del derby, a Barcellona in Champions e contro l’Atalanta. Ed è lo spirito che sto chiedendo da tutta la stagione: stiamo lavorando molto su questo, pian piano i risultati stanno arrivando. Con questa testa è più facile avere il pallino del gioco».

La testa certo, ma anche l’assetto tattico. In questo momento le fortune bianconere si fondano sul centrocampo, come capitato negli anni dello stesso Pirlo in campo da bianconero. È (teoricamente) a tre, con elementi la cui differenza di caratteristiche (Bentancur, Rabiot, Arthur, McKennie e Ramsey) consente parecchie variazioni sul tema: «Sono diversi tra loro, si interscambiano bene: uno più tecnico, uno più di inserimento, Bentancur che sa fare un po’ tutto. Anche nelle altre partite, con altri interpreti, avevamo fatto un buon lavoro. Però, con il fatto che si mettono diversamente durante la gara, riusciamo ad avere una maggiore aggressione sulla palla persa. Come squadra siamo in grande crescita, però è importante dare continuità alle prestazioni e alle vittorie. È il solo modo per migliorare il tuo lavoro. Lo stiamo facendo bene e stiamo progredendo, abbiamo però ancora grandi margini di miglioramento». E di uomini, visto che contro la Fiorentina resterà fuori il solo Arthur: «Dybala si è allenato un po’ con la squadra, sta meglio e credo che possa venire con noi per la partita. E anche Demiral».

Se proprio dovessimo trovare un aspetto positivo in questa tristissima assenza di pubblico, non ci sarebbero dubbi: nessuno sente la mancanza di insulti e cori offensivi. E così, questa sera, nel settore ospiti dell’Allianz Stadium, non ci saranno “accoglienze particolari” per Federico Chiesa. Probabilmente (vogliamo sperarlo) non ce ne sarebbero state nemmeno con il passionale pubblico viola presente, ma considerando le recenti offese al fratello Lorenzo («Famiglia di mercenari, accidenti a tuo babbo e tuo fratello… », così i “leoni da tastiera” quando, a ottobre, passò all Juventus), diventa difficile mettere la mano sul fuoco sull’eventualità opposta. In ogni caso, non ci pensiamo.

Meglio riassumere il face to face con la Fiorentina come il suo primo e speciale di fronte a un passato che l’ha visto crescere, in altezza e nella testa, mettere i muscoli, affinare la tecnica e specializzarsi sulla fascia, dove oggi è un top in Italia. La piazza l’ha amato, tanti lo fanno tuttora, nonostante un “tradimento” che negli anni è diventato quasi una routine sull’asse Firenze-Torino. È l’imprevedibilità del calcio, dove spesso comandano denaro e, per fortuna, ambizione: quella di chi sogna di diventare grande scegliendo la squadra più forte degli ultimi nove anni.

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E chi vuole realmente bene a Fede, questo l’ha capito. Gol tra Italia ed Europa Ieri Pirlo l’ha provato nell’undici titolare: dovrebbe iniziare a sinistra, largo nel 3-4-1-2, anche se non si escludono le classiche sorprese last minute. Comunque, nell’ottica di un turnover ragionato, dopo l’ottima prova di Parma dovrebbe partire dalla panchina Kulusevski con Cuadrado a destra, la coppia Bentancur- Rabiot centrale e McKennie incursore (così rifiaterebbe Ramsey) alle spalle di Morata e Ronaldo. Chiesa scalpita e dopo gli 8’ del Tardini vuole tornare protagonista. La testa è positivamente calda, idem un piede che ha rotto il ghiaccio pure in Serie A con la perla all’Atalanta di mercoledì scorso: dribbling secco sul diretto avversario e destro da applausi sotto la traversa con Gollini che ha potuto solo raccogliere. Nulla a che vedere con il colpo di testa del 2 dicembre, quando ha aperto il 3-0 sulla Dinamo Kiev con la complicità di un rivedibile Bushchan.

Allora andava bene così, ciò che contava era esultare per la prima volta con la nuova maglia e dare una soddisfazione enorme a papà Enrico. Quel giocatore era in fase di costruzione, diciamo così: oggi, invece, può essere già un qualcosa di più. Ricordi, crescita, sogni Il tecnico vuole il suo bene, non serve affrettare i tempi. Anche per questo finora l’ha utilizzato il giusto: 11 presenze in A (9 da titolare) e sei in Europa (4 dal 1’) per un totale di 1.082’ giocati. Se non è ancora una certezza, poco ci manca. Stasera Chiesa proverà a battere i sentimenti.Ok, arriviamo al dunque: esulterebbe in caso di gol? Più no che sì, dipenderà anche dal momento. Ma questo, nello sport attuale, conta relativamente. Federico è un ragazzo intelligente e l’epilogo amaro delle quattro stagioni in Prima Squadra non possono cancellare i ricordi: tra i tantissimiglianni conla Settignanese – dove ha iniziato -, quelli alla International School of Florence, grazie ai quali parla un ottimo inglese, l’amicizia con Bernardeschi e il rapporto speciale con Paulo Sousa, l’uomo che con Federico Guidi (suo mister conAllieviNazionali e Primavera) l’ha formato e lanciato nel calcio vero. Dicono che nei vari spogliatoi non abbia particolarmente legato con alcun compagno: potrebbe anche essere, forseperuncarattere pacato, riservato, allergico ai riflettori. È poco social, Fedex (il nickname su Instagram): la sua bacheca è un mix di viola, bianconero, azzurro e amore che lo porta alla sua Benedetta e a una famiglia bellissima formata da mamma Francesca e papà Enrico, dalla sorellaAdriana e dal fratello Lorenzo, attaccantemancino classe 2004 dell’Under-17 viola (tra l’altro, parecchio bravo a tennis). Federico lo segue sempre e sogna di vederlo tra i professionisti, magari per condividere anche la maglia della Nazionale. A Lori il talento non manca, tuttavia non sarà facile raggiungere il Fede di oggi. Lo stesso che, da ragazzino, faticava: pagava il fisico – dicevano -, capitava che facesse panchina per far spazio a gente che ha raggiunto almassimola D.Èilbello del calcio e delle sue storie: tra un po’, sarebbe bello raccontarne un’altra. Una come questa.

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