Phillip Witcomb è davvero il figlio segreto di Pablo Escobar?

La morte di Pablo Escobar nel 1993 ha stimolato la vena letteraria dei suoi familiari. Hanno scritto libri su di lui il figlio Juan Pablo e la moglie Victoria, mentre la figlia Manuela ne ha dettato uno a un giornalista colombiano.

Perfino Virginia Vallejo, amante per cinque anni del famigerato narcotrafficante, ha dato il suo contributo con un volume di memorie sulla loro relazione. Ma non è ancora finita. Adesso spuntano insieme un nuovo libro e un nuovo preteso familiare. L’autore di Son of Escobar: First Born (Figlio di Escobar: il primogenito), edito in Gran Bretagna da Ad Lib Publishers e non ancora tradotto in Italia, si firma infatti Roberto Sendoya Escobar e si professa figlio maggiore segreto del criminale colombiano.

Ha 55 anni ed era conosciuto finora solo con la identità ufficiale di Phillip Witcomb, artista inglese residente nelle isole Baleari, in Spagna. Nel proprio libro svela invece di essere in realtà un’altra persona, il primogenito del sanguinario Escobar, e racconta come lo ha scoperto: una storia incredibile e avvincente, degna di un romanzo di John Le Carré o di Ian Fleming, il creatore di James Bond.

Fino a 24 anni Phillip sapeva soltanto di essere il figlio adottivo di Patrick Witcomb, un uomo di affari inglese con molti interessi in Colombia. All’epoca il giovane viveva con la moglie Sue e i loro due bambini sulla Costa del Sol, in Spagna, dove progettava campi da golf.

Un giorno Patrick lo convocò a Madrid e gli diede un certificato di nascita colombiano, intestato a Roberto Sendoya Escobar, figlio di Pablo Escobar e di Maria Lucia Sendoya. Spiegò finalmente al giovane, dopo aver eluso per anni le sue domande sulle proprie origini, che i veri genitori erano loro. “Appresi che il mio padre biologico era Pablo Escobar, il più famoso criminale nella storia del mondo”, scrive ora Phillip.

Patrick confessò al figlio adottivo di essere stato un agente dei servizi segreti britannici, incaricato di infiltrarsi nei cartelli colombiani della droga. Secondo il suo racconto, durante la missione fu coinvolto suo malgrado nel 1965 in un conflitto a fuoco tra bande in un casolare. Nella sparatoria venne colpita Maria, una ragazza madre di 13 anni soltanto, che prima di spirare fece in tempo ad affidargli il figlio Roberto in fasce.

Patrick venne poi a sapere che il padre era il sedicenne Pablo Escobar, all’epoca solo un manovale del crimine, e decise di tenere con sé il piccolo, cresciuto in Inghilterra con il nome di Phillip, cui a 9 anni fu detto di essere stato adottato in un orfanotrofio britannico. Ma 15 anni dopo, a Madrid, Patrick gli rivelò la verità per motivi di sicurezza: nel 1989 Pablo Escobar era infatti all’apice della carriera di narcotrafficante e la guerra da lui scatenata tra i clan, che non risparmiava i parenti dei criminali, avrebbe potuto mettere in serio pericolo anche l’ignaro Phillip.

Ora lui nel libro mette ordine tra i ricordi. Rammenta le visite occasionali fino a 11 anni a “don Pablo” a Medellin, in cui il boss lo guardava intensamente, spargendo effluvi di acqua di Colonia e hashish.

Rievoca alcuni tentativi di rapimento subiti a Bogotà da bambino, che spiega oggi con la volontà del vero padre di riaverlo a tutti i costi vicino a sé. Racconta come in quegli anni avesse sempre intorno delle guardie del corpo e descrive la tragica morte di una di loro in una imboscata. Narra anche della difficile presa di coscienza di essere figlio di Escobar, una notizia che lo portò alla depressione e all’alcolismo.

L’anno più nero per lui fu il 1993, quando Patrick e Sue morirono per malattie incurabili e Pablo venne ucciso dai colpi di arma da fuoco della polizia colombiana. Da allora Phillip si è rifatto una vita. Si è risposato con Julie, vive con lei e i loro due cani in una caletta dell’isola di Maiorca e si dedica alla pittura iperrealista. Si definisce “l’ultimo discepolo della rinomata famiglia dei Reynolds”, una stirpe di artisti iniziata da sir Joshua nel Settecento. E ha finalmente deciso di affrontare il passato.

Si è fatto crescere i baffi, che accentuano una vaga somiglianza con Escobar, e ha scritto questa autobiografia, annunciata alla stampa britannica già nel 2018, in cui svela al pubblico il suo alter ego Roberto. È consapevole del rischio di non essere creduto (tre suoi amici di infanzia e un collega di Patrick, intervistati dai tabloid inglesi, dichiarano di non prestare fede al suo racconto), però si sottrae serenamente alle polemiche, dicendo che una parte dei proventi del libro andrà in beneficenza e che pertanto vale comunque la pena di leggerlo. E nel solo passaporto che possiede resta Phillip Witcomb, cittadino britannico adottato all’età di pochi mesi in Colombia.

Le vicende narrate nel libro sono state vagliate dai critici. Pablo Escobar ebbe una moglie bambina, sposata a 15 anni: iniziò la relazione con lei quando lui ne aveva 23 e Victoria 12. Quindi è plausibile che il futuro boss abbia avuto un figlio a 16 anni dalla tredicenne Maria. Ma come padre dimostrò poi un amore esemplare verso Juan Pablo, ora 43 anni, e Manuela, 36, nati dal suo matrimonio, pertanto è meno verosimile che non abbia riservato almeno una parte dell’amore paterno anche a Roberto.

Lui, Phillip Witcomb, ritiene i tentativi di sequestro descritti nel libro una prova d’amore, ma è un punto di vista piuttosto opinabile. Intanto dall’Argentina, dove vive da tempo sotto il falso nome di Sebastian Marroquin, Juan Pablo reagisce sdegnato. «Mio padre mi ha sempre detto che non aveva altri figli», dice. «Sono abituato a questi pazzi che rivendicano di essere degli Escobar».

Dal canto suo Phillip/Roberto non demorde, anzi rilancia. Sostiene che Patrick gli abbia consegnato poco prima di morire un documento crittografato, ricevuto dalle mani del boss di Medellin, che sarebbe la chiave per ritrovare un tesoro da lui nascosto in un posto segreto. Il primogenito di Escobar ha messo da parte tela e pennelli per decifrare il codice misterioso. E annuncia già il titolo del secondo volume della sua autobiografia: Sulle tracce dei milioni di Escobar. Il filone letterario generato dal famoso criminale non vuole proprio placarsi.

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