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Lo ha già fatto, ma a certe cose non ci si abitua. Ha preparato tutti da un po’, ma per certe cose non si è mai davvero pronti. Il secondo addio non è più facile del primo, perché il legame si era riannodato forte come sempre. Il secondo addio lascia qualche rimpianto, sottotraccia, e un po’ di amarezza che affiora appena in superficie, fra le varie frasi di amore e riconoscenza. «Siamo arrivati alla fine di un ciclo ed è giusto che uno tolga il disturbo», dice Gigi Buffon nell’intervista a beIN Sports in cui rende ufficiale quella decisione che era nell’aria da un po’ e trapelata a varie riprese. Q

uesto finale di stagione, complesso, sofferto, non troppo felice sarà la fine del suo «secondo tempo alla Juventus, perché credo di aver dato tutto a questo club e di aver ricevuto tutto, e di più non si può fare». Il portiere dà l’annuncio alla vigilia della partita col Sassuolo (che lo vedrà titolare) e quando è ancora fresca la sconfitta con il Milan, vissuta in modo intenso in panchina. Le telecamere lo hanno cercato spesso, nei 90’ contro i rossoneri, catturando le sue espressioni di delusione per il vantaggio milanista (con Szczesny non impeccabile), la sua gioia e i suoi incitamenti per il “titolare” polacco dopo il rigore parato, lo sconforto quando il Milan ha dilagato. Osservatore partecipe, ma osservatore. Così si è sentito spesso, in stagione, Gigi. Questo il motivo, ancora più della carta d’identità, per cui ha deciso di dire addio, una seconda volta, alla Juventus. Al club, non al calcio.

Perché il 43enne Buffon si sente ancora giocatore. Sente ancora il “fuoco” dentro, avrebbe voglia di dimostrare con più costanza e più possibilità di essere sempre in grado di fare la differenza. Avrebbe voluto farlo di più in questa seconda annata alla Juve, che invece alla fine probabilmente si chiuderà con le stesse presenze dell’anno scorso, o forse una in meno (ora siamo a 12 contro 15). Con Sarri il rapporto era buono, non fu tra quelli a non aver legato con l’ex-Napoli. Con Pirlo era partito sotto i migliori auspici, in virtù di una lunga amicizia cresciuta a Torino e Coverciano. Ma poi il feeling, con i nuovi ruoli, non è mai davvero stato ritrovato: Buffon avrebbe voluto giocare qualche partita in più, e soprattutto qualche partita “pesante” in più, specie dopo la vittoria sul Barcellona. E poi avrebbe voluto sentirsi più coinvolto, all’interno dello spogliatoio. Non è stato così, nonostante sia ormai chiaro che ce ne sarebbe stato bisogno.

E allora ecco che spunta quel «togliere il disturbo» nelle spiegazioni dell’addio, che si riallaccia al «Io e Gigi non saremo mai un problema per la Juventus» di Chiellini, qualche settimana fa. Il resto è orgoglio, per 19 stagioni e 20 trofei, il resto è anche sofferenza: «Una decisione presa, maturata e comunicata già da mesi – ha aggiunto poi sui social -. Ma non una decisione facile. Perché non è facile tagliare questo cordone, qua dove c’è la mia storia, la mia gioia, le mie lacrime, la mia casa. Ma so che quel momento è arrivato. Non esiste un grazie grande abbastanza».

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Ringraziamenti che sono iniziati ad arrivare dai tifosi bianconeri di ogni latitudine. L’abbraccio per il primo addio, allo Stadium, fu collettivo, sentito, avvolgente. In questo 2021 non sarà possibile avere il bis: stadi vuoti (o quasi) accoglieranno le sue ultime presenze in bianconero, compresa quella, che appare scontata, in finale di coppa Italia. Chiudere con un trofeo renderebbe il “taglio” un po’ meno doloroso, per ritrovare i tifosi ci saranno forse altre occasioni: «O smetto col calcio o, se trovo una situazione che mi dà stimoli per giocare o fare un’esperienza di vita diversa la prendo in considerazione». Intanto si chiude un’era. Ha debuttato in bianconero con Nedved, oggi vicepresidente, quando Kulusevski imparava a camminare. C’erano la lira, Gianni Agnelli e le torri gemelle. Quando ha cominciato, soprattutto, la Juve aveva undici scudetti e un portiere leggendario in meno.

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È il momento di stringere i denti, e non solamente quelli, ^anticipo del turno infrasettimanale ha regalato alla Juventus un Napoli arrembante come non mai, che ha certificato nel risultato la vacanza già avviata in casa Udinese: successo in tutta serenità, vantaggio sul quinto posto (quello bianconero) portato a +4 e differenza reti generale (vista la parità negli scontri diretti con gli juventini) ulteriormente incrementata a proprio favore. Ma non c’è unicamente il treno azzurro con cui dover fare i conti.

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La squadra di Andrea Pirlo si è complicata la vita con lo 0-3 incassato domenica sera all’Allianz dal Milan, un risultato che la mette in svantaggio nei confronti dei rossoneri, cui si aggiunge identica condizione con l’Atalanta. Allora è facile capire come questa sera la Juventus non possa uscire dal Ma-pei Stadium con m distacco di sei punti da chi occupa la seconda posizione: sarebbe inevitabilmente già tagliata fuori da queste due rivali nella lotta Champions League a due giornate dalla fine. Al di là di quanto faranno le dirette concorrenti (Atalanta in casa contro il Benevento e Milan nuovamente in trasferta a Torino, sponda granata questa volta), serve una vittoria innanzitutto per se stessi, pur se l’obiettivo si presenta tutt altro che semplice.

Il Sassuolo è infatti tra le più in forma in questo momento dalla stagione. Non solo arriva da sei risultati utili consecutivi, ma delle cinque vittorie una si è materializzata in casa del Milan (il 2-1 del 21 aprile), mentre il pareggio è stato quello al Mapei Stadium contro l’Atalanta (1-1 il 2 maggio). La squadra è in fiducia, è andata a segno nelle ultime 10 partite, ha in Giacomo Raspadori il talento costruito in casa su cui puntare per il futuro e in Manuel Locateli! il pezzo pregiato da mettere sul mercato, con la Juventus tra le pretendenti nell’ottica di una rifondazione del centrocampo. Roberto De Zerbi si è confermato allenatore su cui puntare con certezza, pronto a spiccare il volo a fine anno.

Anche per questo motivo la sua idea è salutare con un settimo posto che significherebbe qualificazione alla neonata Conference League, per un ritorno in Europa dopo cinque stagioni: in sette giornate gli emiliani hanno rimontato nove punti alla Roma.

Dall’altra parte c’è una Juventus ferita (nell’orgoglio e nella classifica) dalla partita contro il Milan. Una prova che, tolti gli ultimi dieci minuti alla Dacia Arena in cui la salvezza giunse da ( Cristiano Ronaldo, ha avuto una sorta di continuità con quanto proposto a Udine. Una squadra troppo brutta per essere vera e che ha il dovere di ricompattarsi in queste ultime due settimane per dare un senso a una stagione storta.

Serve a Pirlo, per convincere la critica di essere allenatore vero e non la scommessa arrischiata di Andrea Agnelli: non solo per provare a guadagnarsi la conferma per la prossima stagione, ma per recuperare alternative se non sarà più Juventus. Serve a tantissima parte della squadra, per avere ancora un futuro in bianconero oppure per dimostrare di essere carte buone da buttare sul tavolo del mercato. Serve ai tifosi per restaurare un orgoglio ammaccato e per tornare ad avere fiducia nei giocatori bianconeri.

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Un destino che, curiosamente, transita sempre da Reggio Emilia. Il Mapei Stadium è stato prima il palcoscenico del primo trionfo di stagione, quello della vittoria nella Super-coppa italiana contro il Napoli il 20 gennaio. Un successo che aveva convinto molti di aver trovato la vera Juventus, illusione poi svanita nei mesi successivi. Oggi deve poi essere il luogo della ripartenza, se i bianconeri vogliono coltivare la speranza di non perdere la Champions League dopo nove partecipazioni consecutive. E il 19 maggio dovrà infine essere lo stadio in cui raccogliere una seconda soddisfazione, nel giorno della finale di Coppa Italia contro l’Atalanta. Conia speranza che, quattro giorni dopo a Bologna, ci sia ancora un posto libero nell’Europa che conta. Per questo il Sassuolo è snodo fondamentale.

«Siamo una squadra completa, ci giochiamo questo finale di stagione con l’obiettivo di vincere le tre partite che mancano, e poi vedremo«. Roberto De Zerbi lancia la sfida, la gara contro la Juventus è molto difficile ma l’obiettivo degli emiliani, quello di raggiungere l’Europa, è un grande stimolo: «La Juventus è una squadra che ha tanti campioni e quando un campione viene ferito nell’orgoglio di solito reagisce in maniera violenta la partita successiva. Per questo siamo consapevoli del fatto che affronteremo una Juve molto determinata, ma noi ce la giocheremo con le nostre ai mi: le qualità individuali, l’organizzazione, il gioco. E con la grande voglia che abbiamo di arrivare al punto d’arrivo.

Il tecnico nero verde vuole una chiusura importante, per poi decidere del suo Ritmo: «Tre anni fa, quando siamo arrivati, il Sassuolo si era salvato a poche gare dalla fine della stagione, ora veniamo da un ottavo posto e abbiamo la possibilità quest’anno di arrivare settimi. Per noi questo è motivo di grande orgoglio. Ora abbiamo tre partite, rincorriamo tre vittorie. Ma adesso tutti abbiamo in mente solo la gara contro la Juventus».

De Zerbi recupera Boga, tenuto precauzionalmente fuori contro il Genoa, mentre perde Magnanelli e ha Djuricic in condizioni non perfette. Marion rientra dalla squalifica e dovrebbe partecipare al turnover, insieme agli innesti di Muldur e Kyriakopoulos sugli esterni, di Obiang in mezzo al campo e dello stesso Boga in attacco. Come centravanti dovrebbe essere confermato il giovane Raspadori, con Caputo pronto a entrare a partita in corso. Lo juventino mancato Berardi, invece, è a caccia del record di gol in Serie A, dopo aver eguagliato a quota 16 il suo miglior score.

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