Francesca Rettondini la sua devozione nel periodo del Covid

Ha una carriera variegata Francesca Rettondini, attrice e presentatrice nata a Verona il 7 marzo 1968. Dopo un esordio in televisione con la soap Passioni, ha continuato la carriera anche al cinema, fino a ritornare sul grande schermo con il film Lupo Bianco dedicato al filantropo di Vercelli, il Cavaliere della Repubblica Italiana Carlo Olmo, che tanto si è speso per la sua città nei mesi tragici della pandemia, dove lei interpreta il ruolo complesso di una dottoressa.

Com’e stato riprendere a lavorare dopo la pausa pandemica?

«Non è semplice, perché a parte le grosse produzioni delle fiction, si fa molta fatica. Lo dico perché sono anche produttrice, tra f altro all’ottava edizione del premio “Starlight International Cinema Awards” che si svolge a Venezia in concomitanza con la “Mostra Internazionale del Cinema”, quindi conosco pure i meccanismi di chi sta dietro le luci della ribalta. Fare un film con una produzione dalla struttura solida, come quella di Lupo bianco, è un grande onore: mi ha ricordato i tempi americani, in cui ho girato Nave fantasma per il colosso della Warner».

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Hai appena concluso il film Lupo bianco che racconta il triste periodo della pandemia: da cosa hai tratto aiuto in quei mesi bui?

«Sono molto devota a Padre Pio: ho attinto dalla fede forza e speranza nel periodo più cupo, in cui alla paura del contagio, si univa il disorientamento per qualcosa di ignoto, e il dolore per le moltissime perdite di vite. Nella prima fase della malattia del mio compagno Alberto Castagna, ho invocato il soccorso del frate di Pietrelcina e sono stata esaudita. Per questo motivo, mi prodigo com’è possibile in attività benefiche in suo nome».

Nel film Lupo bianco interpreti una dottoressa: come ti sei calata nel ruolo?

«Allo scoppio della pandemia, come tutti, ho visto medici e personale sanitario prodigarsi con abnegazione per Immanità: hanno sofferto, si

sono spesi, hanno lottato, e in tanti purtroppo, sono morti immolati alla causa. L’aspetto di questo lavoro come missione, si è rilevato particolarmente durante il Covid. Per esperienza personale, conosco bene l’ambiente ospedaliero, frequentato per malattie e perdite di tanti cari. I medici devono tenere il polso della situazione, e non possono permettersi di esibire le fragilità che li tormentano dentro, dovendo restare funzionali alle dure necessità. Per entrare nella parte, mi sono confrontata con una carissima amica, dottoressa in prima linea contro il Covid, che mi ha svelato parti tecniche e emotive della professione, che spero di avere riversato sullo schermo con la mia Luisa Carrisi. Mi auguro che il pubblico ritrovi l’equilibrio tra razionalità e passionalità, che ho tenuto a rivivere».

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Che messaggio ritieni il film suggerisca ai giovani?

«Spero che Lupo bianco consegni ai giovani un messaggio di speranza nel futuro. Io non ho avuto figli: con Alberto non siamo stati in sintonia. Quando lo voleva lui, non ero pronta io, e viceversa. Evidentemente non era destino, e dopo, ha prevalso la paura di un lavoro precario e molto itinerante, in cui si fatica a dare a un bambino la necessaria stabilità».

Cosa resta nel tuo cuore di Alberto Castagna?

«La gratitudine di avere
dato tanto, ad una giovanissima ed inesperta ragazza, a cui ha fatto vivere un grande ed unico amore. Oggi ho ammortizzato il colpo, dopo un percorso di svariati anni, necessario per elaborare il lutto e l’assenza derivata dalla sua perdita».

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Come va oggi l’amore?

«Ho ritrovato una stabilità amorosa da qualche anno con Rosario Petix, un collega attore, che non ama molto parlare di noi! Ho dovuto mettere in equilibrio tante cose di me, e la maturità mi ha soccorso per risolvere gli up e down della vita. Ho fatto diventare il primo amore, un meraviglioso ricordo, che è giusto appartenga al passato, e vivo con serenità quello presente con Rosario».

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