Quando John F. Kennedy, nel 1963, concesse a Winston Churchill la cittadinanza onoraria degli StatiUniti, disse che l’uomo che aveva guidato il Regno Unito nell’ora più buia era riuscito a «mobilitare la lingua inglese e spedirla in battaglia». Boris Johnson è fatto della stessa pasta di Churchill. Conosce a menadito i discorsi del suo predecessore, del quale ha scritto una bella biografia, e non ha mai nascosto di ispirarsi a lui.

Per questo le sue parole sugli effetti letali del Coronavirus, che hanno scandalizzato tante anime belle pure in Italia, suonano normali dette da uno così. Chi governa ha più modi di rivolgersi ai propri connazionali. I nostri politici per arrivare al punto usano l’arabesco, possibilmente infiorettato; il tono che usano con gli italiani è quello del pastore col gregge, pure se è la vigilia di Pasqua e gli agnelli stanno per finire in forno. Johnson è per la linea retta, tratta gli inglesi da adulti ai quali si deve la verità. Anche quando fa male (soprattutto in quei casi). Così ha fatto il suo annuncio alla nazione, senza nascondere nulla. «Voglio essere chiaro, tutti dobbiamo esserlo, nel dire che questa è la peggiore crisi per la salute pubblica nell’arco di una generazione. Alcune persone la paragonano all’influenza stagionale, ma purtroppo non è corretto.

A causa della mancanza di immunità, questa malattia è più pericolosa e si diffonderà ulteriormente. Devo essere sincero con voi, con il pubblico britannico: molte famiglie perderanno i loro cari prima del tempo ». Il piano di Johnson è pragmatico tanto quando il suo modo di parlare: sapendo di non poter bloccare l’epidemia, prova a gestirla. Il governo di Londra intende lasciare le scuole aperte e adottare accorgimenti utili a ritardare il contagio e spalmarlo su un periodo più lungo, in modo da evitare l’affollamento degli ospedali. In attesa del vaccino, la difesa dei più deboli verrebbe dall’immunità di gregge, ottenibile dopo che il virus avrà raggiunto il 60% della popolazione. “Bojo” ha promesso la massima trasparenza, assicurato che il servizio sanitario s’impegnerà al massimo, soprattutto per gli anziani, e che soldi e altre forme di aiuto non mancheranno.

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Quindi l’invito a lavarsi le manie l’inevitabile ottimismo finale: se ognuno fa la sua parte supereremo anche questa, ne abbiamo viste di peggiori. Il tutto scandito con assoluta serenità, senza ostentare il cordoglio falso del becchino. C’è la mano del maestro, dietro. Nel suo primo discorso da premier, nel maggio del 1940, Churchill annunciò che non avrebbe avuto nulla da offrire «se non sangue, fatica, lacrime e sudore. Abbiamo davanti a noi il peggiore dei calvari». Non erano parole scontate: sino al giorno prima al suo posto c’era Neville Chamberlain, il quale aveva sottoscritto gli accordi di Monaco e raccontato a se stesso e agli inglesi che con Adolf Hitler era possibile venire a patti.

PLAUSO BIPARTISAN In Italia un discorso come quello di Johnson, ammesso che qualcuno possegga attributi capaci di sorreggere tanta schiettezza, avrebbe scandalizzato e provocato richieste di dimissioni. Oltremanica ha avuto l’effetto opposto, finanche la tremenda stampa inglese ha apprezzato. The Times definisce l’intervento di Johnson «solenne», i tabloid Daily Mail e Daily Express applaudono alla sua sincerità e persino l’edizione inglese del progressista Huffington Post gli riconosce di aver avuto un approccio «severo, serio e da statista ». Inutile indignarsi per tanta franchezza, insomma. Le istituzioni hanno le loro tradizioni e un loro spirito: gli inglesi hanno avuto Churchill,hanno sopportato i bombardamenti su Londra e Coventry e adesso hanno Johnson; noi abbiamo avuto Pietro Badoglio e l’8 settembre e ora ci teniamo Giuseppe Conte. Anche se milioni di italiani non si meritarono Badoglio allora e non si meritano Conte adesso.

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