Qualcosa di strano aleggia sull’Italia. E il virus sembra esserne complice (o arma) inconsapevole. Perché anche nel momento di crisi, nella cosiddetta “ora più buia” come ha ricordato – ampiamente – il nostro Giuseppe Conte, c’è qualcosa che cammina e che va al di là delle semplici intenzioni del nostro Paese. Il mondo si è fermato: è vero. Ma non il sistema che coordina, armonizza, monitora e controlla l’Europa. E in questa Europa traballante c’è ancora chi governo, c’è ancora chi decide e c’è ancora chi esegue – più o meno pedissequamente e soprattutto ossequiosamente – i rigidi dettami dell’ortodossia burocratica europea.

L’Italia, chiaramente, è fra questo secondo gruppo. E l’Europa franco-tedesca, altrettanto chiaramente, è tra i primi. Perché sia chiaro, la crisi da coronavirus sta colpendo tutti indiscriminatamente ma, come scrisse George Orwell nella sua “Fattoria degli animali”, c’è sempre qualcuno più uguale degli altri. Così, mentre l’Italia è al chiodo per un contagio da contenere e che vede alcuni (tiepidi) spiragli di fermata, nel frattempo Francia, Germania e resto d’Europa iniziano a tremare per il virus ma di certo non guardano al Sud dell’Europa con l’aria di chi è pronta ad aiutare gratuitamente per carità cristiana.

Arriva così il 16 marzo e il mitico Eurogruppo. Quello che avrebbe dovuto discutere della riforma del famigerato Meccanismo europeo di stabilità ma che, per evidenti esigenze di servizio date da una pandemia appena dichiarata, ha preferito glissare concentrandosi sulle eventuali soluzioni alla più grave crisi della storia dell’Unione europea. Fin qui tutti contenti: lo stesso governo italiano ha voluto ribadire il concetto che – tra le righe – questo rinvio della riforma del Mes è una vittoria tutta di Palazzo Chigi. Che altrimenti avrebbe dovuto spiegare a milioni di italiani e all’opposizione come mai approvava una riforma del cosiddetto fondo salva-Stati proprio con l’acqua alla gola.

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Il problema è che la riforma del Mes non è l’istituzione del Mes. Il Meccanismo già c’è e attenzione, potrebbe entrare in azione. Lo ha detto anche implicitamente lo stesso Financial Times, autorevole rivista finanziaria britannica, che nel suo consueto appuntamento sulle politiche europee ricorda come non solo in Europa vi sia il Meccanismo europeo di stabilità, ma anche che qualcuno inizia a pensare che possa entrare in azione. Perché alcuni Paesi come l’Italia, ricorda Ft, h”rischiano di minare la loro solvibilità se lanciano pacchetti di incentivi scarsamente mirati ed eccessivi in ​​risposta al virus”. A ricordare il rischio che le manovre emergenziali varate dal governo possano attivare proprio quel meccanismo la cui riforma è stata rinviata, è anche Jörg Krämer della Commerzbank tedesca. Ed ecco l’altrta notizia del Financial Times: venerdì scorso, una telefonata tra alti funzionari dei dicasteri finanziari europei ha discusso proprio del ruolo del fondo salva-Stati in questa crisi.

Insomma, la vittoria del governo nella “ora più buia” di churchilliana memoria rischia in realtà di essere semplicemente inutile. Il Mes non si forma: ma si rischia di attivarlo. Incatenando l’Italia al giogo di un Eurogruppo che non vede l’ora di saldare i conti con un Paese che ha da sempre un grosso difetto: altissimo debito pubblico e elevato risparmio privato. Una brutta faccenda per quei Paesi europei che invece da sempre chiedono all’Italia di ripianare il debito sovrano spostando il risparmio dei contribuenti.

Ora, il problema non è minimo. Perché se si attiva il Mes (che ripetiamo, già esiste) di fatto le già scarne libertà sovrane dell’Italia in termini finanziari verrebbero di fatto cancellate. A decidere il futuro dell’Italia, una volta intervenuto il Meccanismo, non sarebbe più il governo più o meno scelto dal popolo, ma direttamente un board di esperti con cui l’Italia dovrà firmare un memorandum attraverso il quale condizionare il piano di “salvataggio” a precise regole dettate non certo da Roma. Il Mes deciderà poi in base a quanto deciso dal Paese colpito, in coordinamento con la Commissione europea, la Bce (quella di Christine Lagarde) e forse del Fondo monetario internazionale.

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Chiaramente l’Italia non può sorridere in alcun caso. L’emergenza coronavirus ha condotto il governo a scelte drastiche da cui sarà difficilissimo uscirne e non senza un piano di indebitamento. L’indebitamento è un problema per l’Europa e la Bce, che proprio per evitare che un Paese possa sforare troppo senza garanzie, si sono inventati il fondo salva-Stati, che interverrebbe teoricamente a tutela della nazione in pericolo. Ma l’arcano vuole che per essere salvato devi piegarti al volere del salvatore: la Bce. Che a quanto pare, vista la “gaffe” di Lagarde quando Piazza Affari ha perso il 17%, non sembra per nulla intenzionata a dare una mano all’Italia. Anzi, c’è il pericolo che abbia interessi completamente divergenti rispetto a quelli degli italiani.

Inutile dire che per l’Italia ora scatta l’allarme generale. I continui crolli di Piazza Affari mettono a repentaglio i nostri asset strategici e il nostro mercato azionario. Il governo, in affanno, non può pompare liquidità come fa la Germania e qualcuno, in Europa, parla di attivare il Meccanismo di stabilità. I falchi europei già hanno segnalato, con un tempismo sospetto alquanto quello della Lagarde, di non avere interesse a concedere troppa flessibilità al Paese. E intanto, da Oriente, qualcuno di molto grande bussa alle nostre porte. Uno scenario che ricorda da lontano quello greco: Paese in difficoltà, Europa che lo abbandona, intervento del fondo salva-Stati, Pechino che passa all’azione. Certo, la Grecia non è l’Italia. Ma questo 2020 non sembra (purtroppo) arido di pessime sorprese.

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