Giulia Molino, ecco la sua rinascita

Una strofa appena, “Tanto il mostro non lo uccidi fingendoti felice/Devi prenderlo per mano come l’abisso fece con Nietzsche”. È tratta da Nietzsche di Giulia Molino, Giulia di Amici, quella (anche) di Va tutto bene, ma prima, magari, andava un po’ meno bene. Giulia in quella canzone, che parla ben più di lei che del filosofo tedesco, ha raccontato di quel male estremo che ti porta ad avere “una fame da morire”: l’anoressia. Ne parliamo in un giorno in cui sulla prima pagina di un quotidiano, fra tanto Covid19, c’è la notizia di una chef, la più nota al mondo, Ana Ros, che rivela di soffrire, a periodi, del disturbo alimentare. «Non è strano, sa?», commenta Giulia, «è quasi una prerogativa di chi soffre del disturbo quella di dedicarsi alla cucina, a prescindere da quanto sia predisposta. Io… c’è stato un periodo che cucinavo tantissimo, non mangiavo nulla e facevo un ragionamento malato, spesso molte cose non le racconto…».

Giulia si ferma, un attimo, ma ha il pregio, raro, di non nascondersi. «La verità è che si prova soddisfazione guardando gli altri mangiare, intanto tu pensi: “Io resto magra”, sono degli imput che chi ne soffre ha». Domanda. È una malattia, di per sé, parecchio subdola… Risposta. «Pensi solo che se ne può soffrire anche a fasi alterne e l’anoressia, comunque, resta lì e tu puoi solo tenerla a bada. Ma quante volte mi capita di dire a me stessa: “No, questo non lo mangio”. E poi di fermarmi e dirmi ancora: “Ma va la, la vita è bella e anche questa è gioia”» D. Che cosa ha voluto dire mettere in musica il suo disturbo? R. «È stato difficile. Anche perché l’ho fatto in maniera schietta, assumendomene la responsabilità, non l’ho fatto come fosse una cosa che non mi riguarda, non avrebbe significato molto.

L’anoressia è un disturbo molto diffuso e la mia speranza è che tanti possano ascoltare la mia canzone, ritrovarsi e magari trovare la forza per, come dire, sollevarsi. Grazie ad Amici ho capito che posso anche essere un esempio, volendo, positivo». D. Come reagisce il pubblico? R. «Mi arrivano messaggi, foto, c’è gente che si sta aprendo – si affidano a me e alla mia musica – vuol dire che il messaggio della canzone è arrivato». D. L’avrà fatto un po’ anche per se stessa, no? R. «Ma certo, perché ora mi sento responsabile e ne avevo bisogno. Adesso quando magari penso di privarmi di qualcosa, il mio pensiero è che ho una responsabilità e che è quella di essere forte – tutti dovrebbero rendersi conto che sono forti abbastanza – questo brano mi dice, ogni volta, di essere consapevole delle mie scelte, che non devono mai farmi male». D. I suoi, sua madre… R. «Per i miei? Non è stato bello, mia mamma faceva la spesa solo per me e mi viveva tutti i giorni in casa, purtroppo una guida per essere genitori in questi casi non ce l’ho ben chiara.

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So che io avevo bisogno di attirare l’attenzione: nello sparire fisicamente, io cercavo di attirare tutta l’attenzione su di me. Io volevo tanto che mia mamma mi vedesse, ma, allo stesso tempo, era lei la mia peggiore nemica. Immagino quanto sia stata male e la ringrazierò sempre per non avermi lasciato andare. Anche perché, guardi, non c’è nessuna colpa. Ora so che l’anoressia può scatenarsi per qualunque disagio, per una delusione, per un dolore, per un semplice disappunto. È come se fosse sempre stata lì, per attecchire laddove si manifesta la fragilità». D. Quando sente dire cose tipo: “Ma basta che mangi un piatto di pasta”? R. «Dietro ci sarebbe un calcolo di calorie… Pensi solo che appena ti svegli la mattina hai la tabella delle calorie in testa, da quel momento tutto ti sfugge di mano, ma tu hai sotto controllo una sola situazione della tua vita e, quindi, ti senti forte». D. Quanto è arrivata a pesare? R. «Non lo dico volentieri, mi è capitato di parlarne e di sentirmi dire pure: “Vabbè, ma non eri mica arrivata a 30 chili…”.

Comunque, io sono arrivata a pesare poco più di 40 chili, almeno 20 chili sotto il mio peso forma. Mi si era bloccato tutto, il ciclo non l’avevo più da due anni, avevo problemi alle ossa, muscolari, mi stavano lasciando pure le corde vocali – perché quelli sono muscoli – e io la mattina mi svegliavo afona, senza voce, la voce, il mio dono più prezioso». D. Se le dico “ossa”? R. «Già, quando sei in quel buco nero ti fai mille foto e fai mille check: controlli le ossa. È vero, sì, ti guardi di profilo e vedi se l’osso del bacino sporge abbastanza rispetto all’addome, fai esercizio fisico su esercizio fisico, che poi parliamo di un fisico finto, i muscoli si vedono perché perdi l’adipe. Io ho anche avuto il collasso dello strato di adipe tra gli organi e la pelle: il corpo si aggrappa a tutto pur di nutrirsi… Di anoressia si vive male – e si muore – possiamo stare tutto il giorno a parlarne, ma non vorrei che qualcuno si demoralizzasse». D. Parliamo della svolta, sì. R. «Semplice, a un certo punto… Ma io non l’ho fatto per nessuno, non per i miei genitori, gli amici o per chi sa chi, a un certo punto ero solo stanca, stanca di non riuscire a inseguire il mio sogno, il canto. Ed ero stanca di non vivere, di stare in quel buco nero, un giorno ho aperto gli occhi e mi sono detta: “L’anoressia mi rende la persona più egoista del mondo, invece io voglio portare gioia e vita con la mia voce”. La musica è la mia compagna ed è la mia arma. E io vivo con lei e…». E se smetti di guardare l’abisso, l’abisso non ti guarda più.

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