Giorgio Tirabassi finalmente in Tv dopo l’infarto dell’anno scorso

Michele è un avvocato d’affari spregiudicato, il classico furbacchione simpatico che sa diventare squalo. Cinico e brillante, è pieno di risorse. È costretto agli arresti domiciliari nella comunità di salutisti dell’ex moglie, ma cerca in tutti i modi di comunicare con l’esterno e non sa di essere intercettato. Un po’ come noi ai tempi del coronavirus, sogna di evadere verso una nuova normalità. Nei ruolo di Michele, nella fiction Liberi tutti in onda su Raitre il sabato sera (e già disponibile su Raiplay), c’è Giorgio Tirabassi, che in comune con il suo personaggio ha la spiccata simpatia. Finalmente siamo entrati nella Fase 2.

Com’è stata la sua quarantena? «Non così dura. Ho trascorso due mesi e mezzo in campagna con mia moglie Francesca, poteva anche andarmi peggio. A poco a poco è tutto fiorito e Roma non mi mancava per niente. Ho letto romanzi, visto serie Tv, suonato la chitarra e fatto tanti lavori di manutenzione. Insomma, ho fatto le prove generali per la pensione».

In campagna le piace coltivare l’orto? «No, troppo faticoso: credo nel detto che dice l’orto vuole l’uomo morto». Che cosa le è mancato di più? «Il ristorante con gli amici. Però grazie a Skype abbiamo fatto molte cene in compagnia, anche con i nostri figli Filippo e Nina, che sono grandi e vivono per conto proprio. Filippo fa l’attore a Roma, Nina è iscritta all’università a Tolosa, in Francia. È tre anni che mia figlia abita lì, eravamo già abituati alle comunicazione virtuali tipo Star Trek».

Lei non è il tipo che si lamenta. «Ricordiamoci che il lockdown era una costrizione per il nostro bene. Io poi non ho dovuto cambiare molto le mie abitudini: non è che prima fossi un orso nella tana, però nemmeno uscivo a prendere tutti questi aperitivi in centro».

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Un po’ orso lo è, lo ammetta. «Sì, se non viene detto con accezione negativa. Però penso a chi è stato costretto in una casa piccola, in città, con parenti che non gli sono nemmeno simpatici e la suocera che lo odia, allora quasi mi vergogno della mia fortuna. Nelle emergenze cerco di fare come quello bloccato in ascensore». Cioè? «C’è chi va nel pallone e comincia a urlare, io invece credo sia meglio restare calmo, respirare piano e pensare che prima o poi ti verranno a prendere.

Tuttavia sono un po’ preoccupato per la ripresa». Perché? «Non si può più pensare che la vita ritorni come prima. Mi auguro che le persone non si buttino tutte fuori, sui mezzi pubblici, sarebbe una follia. Ma nemmeno sulle auto, che dopo due mesi di aria pulita ci ritroviamo come a Mumbai». È preoccupato anche per il cinema? «Sì, sembra che la nostra categoria non venga proprio presa in considerazione. È come tornare alla vecchia quaresima, quando non si poteva recitare! Io avevo due film in uscita sul grande schermo: Nonostante la nebbia del serbo Goran Paskaljevic e Freaks Out di Gabriele Mainetti [attesa pellicola del regista di Lo chiamavano Jeeg Robot, prevista per ottobre, ndr], speriamo bene. Intanto mi consolo con Liberi tutti, in onda su Raitre».

Com’è andata? «Molto bene, siamo un gruppo affiatato di amici, ci conosciamo da anni. E mi diverte interpretare questo personaggio spregiudicato che pensa solo ad arricchirsi in barba alle norme e viene ospitato in una comune dove tutti rispettano la legge e sono salutisti». L’anno scorso interpretava un malvivente anche nel suo primo film da regista, Il grande salto. Confessi, ci ha preso gusto? «Ma quello è proprio un rapinatore, tutta un altro sport.

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Sono contento dell’esperienza da regista: il film è andato bene e a fine maggio verrà distribuito in chiaro su Sky». Proprio durante la promozione del suo film da regista, a fine 2019, ha avuto un infarto. Siamo stati tutti in apprensione. Ora sta bene? «Sì, mi sono ripreso completamente. È stata l’occasione per scoprire l’affetto di tantissima gente, ma avrei preferito che rimanesse una vicenda privata, solo mia. Non mi è piaciuto che la notizia sia uscita». Il 1˚ febbraio ha compiuto 60 anni, è cambiato qualcosa? «Il numero fa paura, ma per la verità non cambia niente. Quando ero ragazzino il sessantenne era decrepito, oggi no.

A 50 anni Marcello Marchesi faceva l’uomo di mezza età sul viale del tramonto, io giocavo a calcio, ala destra». È sempre stato molto sportivo? «Sì, da giovane volevo iscrivermi all’Isef. Fino a 20 anni facevo ginnastica artistica: anelli, sbarra. Poi ho fatto il militare e ho cominciato a recitare, ma restavo uno sportivo. Invece dieci anni fa è subentrata la pigrizia. Per esempio, amavo moltissimo andare a cavallo, poi un giorno faceva caldo, c’erano i tafani e mi sono detto: ho una macchina comoda con l’aria condizionata… Ora dopo due mesi di quarantena devo ricominciare a correre perché in casa ho mangiato tanto. Sei mesi fa ho anche smesso di fumare e ho preso sette chili. Per uno magro come me è una cosa orrenda: secco e con la panza. Spero di tornare alla normalità per fare un pochino più di sport».

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