Francesca Fialdini spiega la nascita di Fame d’amore

Più di tre milioni e mezzo di persone in Italia soffrono di disturbi alimentari. Ogni anno si registrano più di 8.000 nuovi casi: è un fenomeno inarrestabile che colpisce tantissime donne ma sempre più spesso anche uomini.

I disturbi alimentari vengono diagnosticati persino a chi ha meno di dieci anni. Dunque c’era urgenza di raccontare le storie di chi ne soffre: questo è il servizio pubblico, che ci fa accendere i riflettori sui temi sociali che sono particolarmente rilevanti e che non hanno risposte adeguate». Con queste parole, Francesca Fialdini spiega la nascita di Fame d’amore, il nuovo programma di Raitre che la stessa Fialdini conduce nella seconda serata del lunedì e che affronta con il linguaggio del documentario uno dei disagi giovanili più diffusi e meno raccontati.

Fame d’Amore, girato in due strutture di eccellenza quali Villa Miralago a Varese e Palazzo Francisci a Todi, è il racconto delle difficili fasi che attraversano i ragazzi e le loro famiglie, della lotta per uscire dalla malattia, dall’arrivo in comunità fino al ritorno alla vita di tutti i giorni. Nel confronto con i ragazzi che ha incontrato in questo viaggio ha avuto modo di imparare qualcosa in più di sé? «Questo dovrebbe accadere sempre ogni volta che si hanno incontri profondi con le persone.

Ci dovrebbe essere una sorta di empatia che permette di entrare nella vita degli altri per poterla raccontare. Da questi ragazzi l’insegnamento che ho ricevuto è quello di non dimenticare mai quanto tutti noi possiamo essere fragili. Dalle loro domande e dall’insistenza con cui mi guardavano mentre parlavamo sentivo un grande bisogno di aiuto. Ed era come se tanti messaggi passassero soltanto attraverso il linguaggio del corpo, non tramite le parole. Loro silenziano le proprie voci, si abituano a non esprimersi troppo perché temono il giudizio degli altri, come se non fossero adatti o adeguati. E credono di non essere interessanti. Però quando devono affrontare la malattia, parlandone, desiderano invece essere raccontati con la massima onestà».

Dunque secondo lei la fame d’amore è il bisogno di essere all’altezza delle aspettative degli altri? «La fame d’amore prima di tutto è il bisogno di attenzioni. Di sguardi e di premure che forse sono mancati, o che, se ci sono stati, non sono stati adeguati. Magari i genitori danno il meglio che possono ai propri figli, ma non è detto che basti: non è detto che offrano loro quello di cui hanno bisogno.

Ma non sono solo i genitori la causa scatenante delle loro patologie, possono esserlo anche altri adulti di riferimento: tutte quelle persone verso le quali sviluppano desiderio di attenzione. Penso agli insegnanti: il loro comportamento sbagliato può avere conseguenze tremende. Ma la fame d’amore può venire anche quando non ci sente accettati dalla persona di cui siamo innamorati. Penso a una ragazza che si è nascosta dietro ad una montagna di grasso perché è stata rifiutata da un ragazzo, a scuola, dopo aver preso coraggio e avergli confessato il suo interesse. Lui l’ha offesa e lei per reazione ha iniziato a sfogarsi sul cibo.

Alla base di tutto c’è una disistima di sé molto marcata che l’atteggiamento degli altri alimenta in modo esponenziale». In questo contesto i social network che posto occupano? «Possono essere la porta di ingresso verso quei gruppi che purtroppo non fanno altro che aggravare la malattia: ci si danno consigli, vere e proprie strategie alimentari, si scambiano opinioni e si lanciano delle sfide per arrivare a pesare sempre meno.

I social sono un amplificatore della realtà, quindi anche dei modelli che produce l’industria culturale. Non credo che la ragione dello scatenarsi della malattia sia da rintracciarsi solo nei social: sarebbe solo uno sguardo laterale, perché altrimenti dovremmo essere tutti malati. Siamo tutti bombardati da quei messaggi. I ragazzi che trasformano il proprio corpo vogliono scomparire, non ambiscono a essere esaltati per la loro bellezza. Anzi, anche ragazze bellissime si vedono brutte e l’unico complimento che possono accettare è: “Che begli occhi che hai”. Perché gli occhi sono l’unica parte del corpo che non ingrassa». Lei ha mai avuto problemi con la bilancia? «Grazie a Dio mi sono sempre preservata. Non ho mai avuto problemi alimentari ma questo non vuol dire che guardandomi allo specchio io non trovi dei difetti.

Come tutte le donne alle volte mi vedo meglio, altre volte peggio. Io lavoro con la mia immagine e questo va a sottolineare che le fragilità si insinuano nelle cose più semplici». Che adolescente è stata Francesca Fialdini? «Sono stata una ragazzina timida e anche adesso per alcuni versi lo sono. Nell’adolescenza ero più prosperosa e piacevo parecchio. A me, però, del mio aspetto fisico non interessava e l’ho trascurato tanto. Mi vestivo come capitava: alle volte mettevo i maglioni dei miei genitori, perché erano più larghi e non facevo caso alla moda, al look. Ero molto spartana: mi vestivo più da maschio. Credo fosse una forma di timidezza: rifuggivo dall’essere guardata perché ero carina».

Oggi invece è una donna realizzata che, oltre a Fame d’amore, conduce Da noi a ruota libera ogni domenica pomeriggio su Rai Uno. Come ha vissuto queste difficili settimane di emergenza? «Il livello di complicazione si è alzato di diverse unità, intanto perché ci siamo spostati da Torino a Roma, poi perché il Covid-19 ha messo a dura prova la resistenza delle squadre di tecnici. Per gli operatori e tutte le maestranze non è stato facile e per loro bisogna avere un occhio di riguardo considerando che in queste settimane hanno dato il massimo senza risparmiarsi.

Noi abbiamo dovuto cambiare il format: è venuto a mancare l’effetto sorpresa per gli ospiti e abbiamo continuato a raccontare storie positive, di speranza, facendo sì che i collegamenti funzionassero facendo incontrare le persone tramite Skype. Inoltre l’assenza del pubblico in studio pesa: un programma di intrattenimento si fa con le persone intorno. Così si parla ad uno schermo: va bene, per carità. Le parole hanno comunque un significato ma non è lo stesso. In ogni caso continueremo ad andare in onda oltre la scadenza prevista, fino alla fine di giugno o magari fino a metà mese, sperando di continuare a portare un po’ di leggerezza a chi ci segue anche con questo nuovo modo di fare Tv».

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