Paola Perego, il dramma segreto dietro il suo sorriso

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nostra il suo vero volto Paola Perego. E lo fa nell’autobiografia Dietro le quinte delle mie paure. «Questo libro è stato un atto di coraggio: tutto d’un fiato mi sono raccontata, forse per la prima volta in vita mia, senza filtri e senza timore di essere giudicata.

Ho stupito per prima me stessa e oggi mi accetto per quella che sono, nel bene e nel male», confida a Nuovo. La conduttrice – che dovrebbe tornare su Raidue con un nuovo show – parla del grave disturbo che le ha reso la vita assai difficile: gli attacchi di panico. Sincera quanto fragile, la moglie del potente manager dei vip Lucio Presta svela di aver sofferto di questa malattia per più di 35 anni.

Paola, che cosa si vive durante un attacco di panico? «Terrore puro: il fisico va in modalità “pericolo” e provi un totale distacco dalla realtà, perché non senti e non vedi. Sei convinta che morirai».

Perché questo libro? «L’ho scritto per dare una mano a chi ha il mio stesso problema. Io non riuscivo più a uscire di casa da sola. E poi un giorno di due anni fa Riccardo, mio figlio, mi chiese di accompagnarlo alla stazione: “Ma che bello, posso finalmente farlo!”, pensai. E mi sentii pervasa dalla felicità per una cosa che mi era stata preclusa per anni».

I tuoi ragazzi non sapevano nulla? «Avevo il terrore che i miei figli potessero conoscere questo “mostro”. Temevo che ci fossero i rischi di una predisposizione genetica e il solo pensare che potessero passare quello che vivevo io mi faceva tremare». Poi, però, proprio tuo figlio Riccardo ne ha sofferto. «Sì, qualche piccolo episodio. Ma, da ragazzo sensibile e intelligente quale è, ha capito che era importante farsi aiutare. Lui ha una forza di volontà che io all’epoca non avevo e ne è venuto fuori subito». Tuo marito Lucio come ha reagito quando hai pubblicato questo libro? «Mi ha fatto i complimenti per il coraggio. Lui e mia sorella erano gli unici a sapere quanto soffrissi».

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Il primo attacco è arrivato a sedici anni, quando hai cominciato a lavorare… «Probabilmente non mi sentivo all’altezza, mi sembrava tutto più grande di me. Lavoravo per aiutare la mia famiglia che faceva fatica ad arrivare a fine mese; volevo far star bene tutti, desideravo che nessuna delle persone che amavo
dovesse accontentarsi: forse sentivo la pressione».

Hai messo su una maschera che nascondeva il tuo dolore, facendoti apparire algida… «Io non mi conoscevo molto bene, solo la psicoanalisi mi ha permesso di conoscere la vera Paola. Sono stati anni lunghi e faticosi, un percorso tutto in salita. Per tutta la mia vita ho dovuto dimostrare agli altri il mio valore, ma ora non è più così; so chi sono e capisco che se non mi conoscevo io per prima, come potevano conoscermi gli altri? Gli attacchi sono stati un male profondamente limitante: è stato come se guardassi il mondo solo in bianco e nero». Che cosa ti scalda il cuore? «I riccioli di Geppino, cioè mio nipote Pietro, figlio di Giulia. Lui è la mia vera, grande, impetuosa felicità».

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