Ho visto la morte in faccia, stavo per andarmene. Per questo non ho mai smesso di amare immensamente la vita».

Questa è la sorprendente dichiarazione di Renato Zero, il leone della musica italiana, autore di indimenticabili canzoni come Il carrozzone e I migliori anni della nostra vita, solo per citarne due, fra le tante, che sono diventate leggendarie. Settanta anni compiuti lo scorso 30 settembre, ospite di Silvia Toffanin nello studio di Verissimo, il cantautore romano ha aperto il suo cuore e la sua anima rivelando un capitolo medito della sua esistenza: «Sono nato con una grave anemia ereditata da mia madre.

Per questo da piccolo dovevo sottopormi a trasfusioni di sangue, altrimenti non sarei sopravvissuto». « Così, i genitori di Renato si sono ritrovati nel dramma: suo papà, Domenico Fiacchini, poliziotto, e la mamma Ada, infermiera, hanno atteso disperatamente chi avrebbe potuto aiutare il figlio a salvarsi.

E il donatore è stato un uomo di Dio. «Se sono salvo lo devo a un frate», spiega oggi il grande cantante. «Mi sottoposi a una trasfusione totale, quel sangue era suo». Così, quel bambino magrolino del quartiere della Montagnola, che poi sarebbe diventato Renato Zero, da allora ha convissuto con la sensazione, sconosciuta ai più, di avere ricevuto un “miracolo”, quasi un dono da onorare.

«Questa senÌ sazione di stare con il piede “dall’altra parte” da allora me la sono portata sempre dietro », ha infatti ammesso Renato, aprendo questa pagina dolente. Per poi sottolineare: «E per questo ho molto rispetto della vita. L’ho sempre morsa, me la sono andata a prendere». Già, la sua vita.

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Quella che Renato ha sempre vissuto a cento all’ora, fin da quando, non ancora diciottenne, iniziò a farsi conoscere per il suo modo di vestire stravagante e per il suo carisma nello storico locale Piper di Roma: lì, tra l’altro, conobbe quella che poi sarebbe diventata una sua cara amica, Loredana Berte, anche lei da pochi giorni settantenne.

Una vita consumata tutta d’un fiato, ricca di esperienze, avventure, cadute e risalite, ma anche di tantissime soddisfazioni, non solo professionali. Come il fatto, nella maturità, di avere fatto entrare nella sua vita un figlio, Roberto Anseimi Fiacchini, adottato nel 2003 quando il ragazzo, sua ex guardia del corpo, aveva già trenta anni. «Anche se da tempo sono single so che non sono mai solo: ho lui, mio figlio.

Come padre ce la metto tutta per riempire i suoi vuoti, anche se non è facile», ha detto Renato, emozionalissimo. «Ma intanto mi do da fare con le mie nipotine». Renato, infatti, è nonno di due ragazze che oggi hanno quattordici e quindici anni. «Mi piace moltissimo farmi chiamale nonno. Certo, le bambine sono cresciute in un battibaleno, ora sono signorine e a vederle sono anche un po’ imbarazzato», ha raccontato. «Hanno una fisicità più prorompente della loro età e questo mi preoccupa.

Le metto anche in guardia: sono un nonno geloso». Un nonno che ne ha superate tante, come l’operazione al cuore di due anni fa, ma che adesso è in grande forma e per questo continua a non fermarsi mai: dopo più di cinquantanni di musica, proprio ora Renato pubblica un’opera monumentale, tre dischi di canzoni inedite che compongono l’album Zerosettanta. Il primo disco, Volume Tre, è appena uscito: i prossimi due usciranno, uno al mese, alla fine di ottobre e di novembre «E sono reduce da Zero il folle in Tour, con cui prima della pandemia ho girato ventotto palazzetti in tutta Italia. Mi ero chiesto: “Ma ce la farai? Non sei più un diciottenne”. Invece è andata benissimo.

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E adesso, a settanta anni, sono pronto a tornare sul palco. Per me è festa tutti i giorni: ogni volta che apro gli occhi mi festeggio con una buona colazione, una passeggiata e facendo una visita agli amici». Una sorta di filosofia di vita che Renato “il saggio” ha fatto sua, esperienza dopo esperienza. «I bilanci non devono essere tardivi, altrimenti le cose si accumulano. Bisogna avere il coraggio di guardarsi dentro. Per questo io faccio un bilancio tutte le sere: sì, la vita è bella». E lui non l’ha mai dimenticato, dopo che da bambino ha rischiato di perderla.

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