Marco Vannini fu colpito da un colpo di pistola nella casa della sua fidanzata, Martina Ciontoli a Ladispoli la notte tra il 17 e il 18 maggio del 2015. I primi due gradi di giudizio si sono conclusi con risultati contrastanti, successivamente la Corte di Cassazione, annullando la sentenza in cui era stata riconosciuta l’ipotesi più lieve con la riduzione di pena da 14 a 5 anni al principale imputato, Antonio Ciontoli, ha ordinato un nuovo processo e indicato a suo carico e dei suoi familiari alcuni indizi di colpevolezza.

La verità processuale oggi racconta che alle ore 23 del 17 maggio 2015 Marco era a casa Ciontoli e si stava facendo una doccia.

Ed è proprio in quel bagno che si è consumata la tragedia, sarebbe stata presente anche Martina quando Antonio Ciontoli, per prendere due pistole che erano in una scarpiera, entrò nel bagno.

Il 30 settembre scorso la Corte d’Assise d’Appello ha condannato Antonio Ciontoli a 14 anni per omicidio volontario con dolo eventuale e la famiglia a 9 anni e 4 mesi per concorso anomalo. “Siamo arrivati a questo punto perché la Corte di Cassazione, ha annullato la sentenza del gennaio 2019 con la quale la pena di Antonio Ciontoli era stata ridotta da 14 anni 5 anni, perché i giudici avevano derubricato il reato ad omicidio colposo.

Successivamente la Corte di Cassazione ha accolto la richiesta delle parti civili e del sostituto procuratore generale disponendo un nuovo processo per il riconoscimento dell’omicidio volontario con dolo eventuale”, spiega l’avvocato Micaela Ottomano. “E dunque – aggiunge – nel processo bis i giudici hanno rivalutato le posizioni di tutti gli imputati.

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Gli ermellini hanno accolto tosi la richiesta della procura generale secondo cui si trattò di un omicidio volontario con dolo eventuale”. Perché la morte di Marco, come sostenuto dalle consulenze mediche si sarebbe potuta evitare ma, invece, è stata causata, secondo la Cassazione, non solo dal colpo esploso, ma anche dai ritardi nei soccorsi, dovuti a loro volta a una serie di bugie e depistaggi. “Nell’annullare la prima sentenza d’appello – analizza Bruno Bellini, direttore responsabile di Lifestyleblog. it – i giudici della Suprema Corte avevano scritto che la morte di Vannini “sopraggiunse” quale “conseguenza” sia delle “lesioni causate dal colpo di pistola” che della “mancanza di soccorsi che, certamente, se tempestivamente attivati, avrebbero scongiurato l’effetto infausto. Inoltre, tutti gli imputati ebbero “una condotta omissiva nel segmento successivo all’esplosione di un colpo di pistola, ascrivibile soltanto ad Antonio Ciontoli, che, dopo il ferimento colposo, rimase inerte, quindi disse il falso ostacolando i soccorsi. E per questo motivo l’accusa ha sostenuto che la vicenda giudiziaria è stata caratterizzata da menzogne, bugie e reticenze messe in atto dalla famiglia Ciontoli e finalizzate a trovare una linea comune che potesse inquinare le prove”.

LA DIFESA Parere contrario ha sempre avuto l’avvocato Andrea Miroli che ha chiesto che venisse ripristinata la condanna per Antonio Ciontoli a 5 anni di reclusione per omicidio colposo aggravato da colpa cosciente: “Ciontoli non voleva che Marco morisse. Non voleva che il fidanzato di sua figlia perdesse la vita. Se si fosse confrontato con l’evento morte non avrebbe agito così come poi ha fatto. Trovarsi in una situazione di rischio e cercare di gestirla non significa accettare l’evento morte. Adottare un comportamento sia pure biasimevole in una situazione di rischio, evidentemente mal governata, non significa che l’imputato ha voluto la morte di Marco. Antonio Ciontoli, così come i suoi familiari (da condannare al massimo per omissione di soccorso o in subordine per omicidio colposo o, infine, per favoreggiamento, ndr), era convinto che la lesione al braccio di Vannini provocata dal colpo d’arma da fuoco non fosse letale. Non c’è evidenza in questo processo che i Ciontoli fossero consapevoli della gravità della lesione riportata da Marco”, ha spiegato il legale.

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