In viaggio con Massimo Cannoletta, ci porta in Salento

Varcare il cancello dell’Eremo di Vincent Brunetti è come attraversare una frontiera. Una sensazione di extraterritorialità confermata dalle prime parole con le quali l’artista mi accoglie: «Una piccola San Marino, uno Stato a parte, qui possiamo dire quello che ci pare, libertà assoluta».

Vincent City è un caleidoscopio di colori, materiali, riferimenti culturali, mitologici e religiosi. Un mondo a parte che sorge a Guagnano, Lecce, nel cuore del Salento. Oggi la sua isola felice è sotto gli occhi di tutti, ma il percorso che lo ha portato qui è stato doloroso.

Si sentiva un artista fin da piccolo e due episodi cruciali lo rivelano. «In Francia, dove mio padre era emigrato, un giorno conobbi una ragazzina, Monique. Avevo solo 7 anni, lei era molto bella, con i capelli neri lisci. Disegnò una colomba e poi stracciò il foglio in tanti pezzi, io li riunii come con un puzzle e la forma della colomba ricomposta fu come un’illuminazione. Poi quando avevo 8 anni una sera mia madre per ammazzare il tempo si mise a disegnare un profilo umano.

Quei tratti di matita sono stati galeotti, hanno fatto nascere in me il senso della bellezza. Capii che da un gesto semplice poteva nascere qualcosa di bello». Allora Vincent iniziò a studiare gli artisti del Rinascimento. Raffaello, Leonardo, Michelangelo.

Scoprì che si può vivere di arte e quello diventò il suo obiettivo. Non poteva permettersi i materiali per creare, ma non si scoraggiò, anzi trovò un modo per poterli acquistare. «Avevo un senso imprenditoriale dell’arte, possiamo dire che ero un piccolo Berlusconi della pittura, facevo il madonnaro a 12 anni, giravo le piazze e con i soldi che guadagnavo riuscivo a comprare le mie prime tele. Mio zio Gino mi portava col suo motorino nei vari paesi, soprattutto in occasione delle feste patronali.

Arrivavo con i miei gessetti e mi mettevo all’opera, poi con gli spiccioli guadagnati compravo le tele, la tavolozza, il cavalletto. Organizzai un piccolo studio, dove iniziarono ad arrivare i primi visitatori. Accadeva già in piccolo quello che oggi avviene qui. I miei primi acquirenti furono i miei vicini di casa». Oggi in effetti Vincent accoglie ormai migliaia di visitatori. L’ingresso e la visita sono liberi, Vincent conversa con tutti, ma ognuno poi ha il tempo di girare e soffermarsi per il tempo desiderato. «Ti racconto un aneddoto che pochi sanno: avevo una zia sotto casa mia, la chiamavamo la zia ‘Mmela, la cognata di mia madre.

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Mio padre e suo fratello, il marito della zia, erano entrambi muratori. Un giorno venne a sapere che mi ero iscritto alla scuola d’arte e allora una mattina parlando con mia madre le disse in dialetto: “Gina, ho saputo che tuo figlio si è iscritto alla scuola d’arte, mandalo piuttosto a costruire case e trasportare mattoni, come ho fatto io con mio figlio”. “Senti”, rispose mia madre, “tu pensa per tuo figlio, io penso per il mio, mio figlio farà quello che desidera.

Vuole fare l’artista? Farà l’artista e io lo appoggerò”. Io devo tutto a mia mamma, che faceva la sarta mentre mio padre era emigrato in Francia: lei aveva un fortissimo senso artistico ed è stata la mia prima musa». Dopo la scuola d’arte di Lecce, Vincent studiò fotografia a Roma col professor Pompeo Bellotti, che era anche un grande pastellista. «Scattava le fotografie in bianco e nero. Imparai molto colorando le foto del professore.

Un giorno mi dette un consiglio: “Fai il fotografo, perché con la fotografia tu mangerai: nel peggiore dei casi ti manterrai con i matrimoni e i battesimi. Con la pittura molti uomini sono morti di fame”. Ma non riuscì a dissuadermi». Dopo Roma andò a Torino, ospite di alcuni zii. «Dopo la scuola d’arte non volevo insegnare, desideravo fare qualcosa che mi consentisse di essere libero completamente. Mi serviva un piccolo studio, ma l’appartamento degli zii era molto piccolo e non volevo dare troppo fastidio, allora organizzai il mio atelier nel bagno! Dipingevo seduto sul water. Intanto lavoravo come corniciaio e vetraio.

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Un giorno andai nell’appartamento di una cliente per un lavoro e rimasi a bocca aperta: sul muro c’erano tele di pittori importanti, Cassinari, Belloni, De Chirico, De Pisis. Io ingenuamente mi feci delle illusioni. Credevo di aver trovato la persona che avrebbe finalmente scoperto il mio talento. Due giorni dopo mi feci coraggio e le telefonai. “Signora, sono il ragazzo che le ha montato i vetri. Ho visto tutti i suoi quadri. Sa, io sono un appassionato d’arte, sono un pittore, vengo dal Sud”.

Ma la signora pensò che io fossi un delinquente con cattive intenzioni e mi liquidò con una scusa. Ci rimasi molto male, tanto male che lasciai Torino». Milano fu il luogo della svolta. «All’inizio ho cambiato vari impieghi e tutti mi licenziavano dicendo: “Lei è un bravo figliolo, è un ragazzo d’oro, ma ha la testa tra le nuvole: deve fare l’artista”. Un giorno finalmente un sacerdote mi aiutò a organizzare la mia prima mostra, un po’ scandalosa: in alcuni quadri la Madonna era incinta, con una pancia prominente, ma vendetti tutto e con quei soldi comprai un piccolo terreno nel Salento, tutto verde di vigneti».

Lì sarebbe nato l’Eremo di Vincent. «Ma prima ho attraversato crisi religiose, crisi mistiche, paranoie e ho vissuto tutte le crisi del mio tempo». A Milano conobbe Messina, Manzù e il mondo artistico e intellettuale dell’epoca. «L’evento che mi riportò da Milano in Salento fu un terribile incidente. Era un periodo di attività intensa, avevo ricevuto anche l’Ambrogino d’Oro per una mostra al Museo della Scienza e della Tecnica.

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E alla fine degli Anni 70 avevo stretto amicizia con Bruno Vilar, il marito dell’attrice Paola Borboni, e insieme frequentavamo i salotti culturali milanesi. Una sera Bruno mi accompagnò in Veneto per un evento durante il quale realizzai una scultura in diretta e per l’occasione anche l’anziana moglie venne con noi. L’evento fu un successo e la stessa Borboni mi elogiò in pubblico. Alla fine della serata gli organizzatori ci offrirono di restare per la notte, ma lei voleva ad ogni costo tornare a casa.

Insistette molto e alla fine partimmo. All’altezza di Dalmine ci scontrammo con un altro veicolo. Io ero seduto dietro. Paola Borboni si ruppe il femore e da allora dovette usare il bastone, Bruno morì per i postumi dell’incidente. Fui io a comunicarlo a Paola e lei mi incolpò della morte del marito fino alla fine dei suoi giorni. Fu un trauma tremendo per me, scatenò una crisi che durò qualche anno. Mi convertii alla fede cristiana e iniziai a costruire l’Eremo». L’embrione di Vincent City nacque quindi come chiesa votiva. Una fede intima, personale, lontana dalle gerarchie ecclesiastiche, dalle quali Vincent si dice molto deluso.

Vincent inoltre non ama gli artisti di grido. «Io amo l’arte, ma non gli artisti. Non ho invidie o gelosie, ma non sopporto l’aria di superiorità che accomuna molti artisti, la loro puzza sotto il naso mi infastidisce molto, perché l’arte è un dono, tu puoi studiare e perfezionarti, ma in realtà sei guidato interiormente da una grazia». Ci salutiamo in allegria, nella gioia che Vincent ha finalmente conquistato. «Crisi esistenziali, crisi mistiche, non riuscivo a trovare la mia dimensione, ne ho passate di tutti i colori però alla fine ho detto: “Devo vincere io, io voglio essere felice. Voglio essere felice!” E ce l’ho fatta!».

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