Chiara Bontempi chi è la fidanzata di Gianmarco Tamberi? Età, figli e vita privata

Chi è Gianmarco Tamberi, l’aitante atleta del salto in alto italiano che detiene il record nazionale e che sta facendo sognare alle Olimpiadi Tokyo 2020, dove ha ottenuto l’oro battendo tutte le aspettative. Ecco età, altezza e carriera dell’atleta marchigiano, ma anche informazioni sulla sua vita privata, dalla relazione con la fidanzata con cui sta da molto tempo al rapporto con il fratello.

Gianmarco Tamberi, chi è Chiara Bontempi: età, lavoro ed Instagram

L’amore che c’è tra Gianmarco Tamberi e Chiara Bontempi è tra quelli che capita una sola volta nella vita, non c’è che dire. Fidanzati da ben 11 anni, l’atleta, prima della sua partenza per Tokyo, le ha fatto una splendida proposta di matrimonio proprio per suggellare la loro unione. A quando le nozze? Beh, al momento, è ancora tutto da scoprire. Chissà, magari annunceranno la data nel corso della loro intervista a Verissimo? Ce lo auguriamo! Nel frattempo, conosciamo qualche cosa in più su di lei.

Chiara Bontempi è nata ad Ancona nel 1995. Dopo aver trascorso la maggior parte della sua giovinezza qui, decide di trasferirsi a Verona. Ed è proprio qui che, nell’aprile del 2019, si laurea. Sia chiaro: non sappiamo in che cosa si sia laureata. Fatto sta che, stando a quanto si apprende dal web, sembrerebbe che, subito dopo il conseguimento del titolo, la giovanissima Chiara abbia trovato lavoro tra Roma e Milano.

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Cosa pensi dei maratoneti? «Sono dei supereroi, non ho idea di come possano correre così a lungo a quella velocità. Forse un giorno, quando avrò smesso di saltare, proverò a capire che cosa significa, perché la mia testa fa fatica solo a immaginare uno sforzo così prolungato».

Quanto dura il tuo gesto atletico? «Non l’ho mai cronometrato ma ad occhio ti direi qualcosa meno di 5 secondi». A volte cambi la tua rincorsa da 9 a 11 passi… qual è il motivo? «La mia rincorsa completa ha 11 passi.

Ma ad inizio anno uso una rincorsa ridotta a 7 o 9 passi perché devo metabolizzare gesti tecnici su cui abbiamo lavorato per mesi e non siamo ancora nella condizione fisica ottimale per saltare con tutta la rincorsa e fare un gesto tecnico corretto».

Com’è il rapporto con tuo papà-allenatore (Marco Tamberi, primatista italiano e finalista ai giochi olimpici di Mosca nel 1980, nda)? «Non è per nulla facile. Direi complicato, ma negli anni abbiamo capito un pochino come mantenere un giusto equilibrio. Non ti nego però che ci sono stati molti scontri in passato, più delle normali battaglie adolescenziali tra genitore e figlio. Quello che aiuta, però, è avere un obiettivo comune».

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Un esempio di questi attriti? «Fino al 2013 ho fatto tutto tranne l’atleta. Ho iniziato nel 2009 e nei primi 3 anni l’atletica mi è venuta molto facile. Dopo 4 mesi ho fatto subito i campionati del mondo allievi, l’anno successivo ho fatto i campionati del mondo junior e nel 2011 ho vinto la mia prima medaglia junior agli Europei. Nel 2012 ero il più giovane atleta italiano alle olimpiadi di Londra. Tutto in discesa, senza eccessivi sacrifici. Il doversi sacrificare per ottenere qualcosa non esisteva per me.

Da buon 18enne pensavo a godermi la vita con i miei amici. Nel 2013 decisi di riiniziare a giocare a basket perché mi mancava troppo e lì ho chiesto troppo al mio fisico e mi sono infortunato. A quel punto sia mio padre che le Fiamme Gialle (la squadra di allora) mi obbligarono a fare una scelta: “O fai il professionista o smettiamo di sostenerti”.

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Ho avuto un mese per riflettere. Non è stato per nulla facile ma ho deciso di provarci e ho stravolto la mia vita. Da 20enne spensierato ad avere un controllo totale sulla mia vita. Dal 2015 posso dire di essere diventato un professionista al 100%». A proposito di tecnici, ti riporto una frase del d.t. della Nazionale Antonio La Torre: “Se Gimbo potesse saltare in una discoteca farebbe subito il record del mondo”… è perché ami la vita notturna o è il pubblico che ti esalta? «La seconda (ride, nda).

Da un anno a questa parte sto facendo una fatica enorme a scendere in pedana sapendo che non ci sarà il pubblico. È il mio punto forte. È come se una squadra di calcio non avesse gli attaccanti. Sto cercando altri modi per trovare la motivazione dentro ma, per me, il tifosi nello sport sono come gli strumenti nella musica. Essenziali. Senza le persone che lo guardano non esisterebbe lo sport. Io poi vivo di condivisione: gioia, paura… solo così tutto è più vero».

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